(08 novembre 2023) The Dead Daisies + Spike @ Milano

Info

Provincia:MI
Costo:35,00 euro
La reunion dei The Dead Daisies con il loro leader storico e carismatico John Corabi (avvenuta qualche mese fa), non ha lasciato indifferenti gli amanti delle sonorità più melodiche dell’hard rock e hard’n’heavy ottantiane , che per questa unica ed esclusiva data italiana del tour europeo a seguito, ha preso d’assalto il Live Club, decretandone quasi un sold out, nonostante l’evento si sia svolto in un mercoledì sera infrasettimanale e lavorativo.

Peraltro, a dare ancora più spinta, visibilità e stimolo alla partecipazione di massa giunta da ogni parte del nord Italia, ha fatto leva e giocato con vento a favore, la scelta azzeccata di aver inserito un capostipite del genere come Spike, ex frontman, cantante e chitarrista dei The Quireboys, con i quali ha scritto pagine storiche epocali di musica, sempre molto amato e seguito nel nostro Belpaese. Una serata praticamente perfetta quindi sulla carta, che invece è iniziata col singhiozzo e con più di qualche perplessità e non nel migliore dei modi, mettendo seriamente in discussione l’esibizione del sopracitato Spike, a causa di un lungo ritardo attribuibile ad un incidente stradale che avrebbe coinvolto uno dei tir che trasportava la strumentazione delle band. Ad alimentare questa preoccupazione incalzante, oltre alle voci più o meno veritiere che circolavano all’ interno del locale, il problema che si stava ventilando addirittura la possibilità che saltasse o si tagliasse lo show di Spike a causa del ritardo accumulato per questo imprevisto.

Ed in effetti, valutando il fatto che si erano fatte quasi le 21 e che il palco si era allestito completamente con la coreografia dei The Dead Daisies, che in base al programma avrebbero dovuto esibirsi a quell’ora, le speranze di vederlo apparire sul palco si stavano assottigliando sempre di più e riducendo ad un immaginario lumicino di speranza …e invece, a volte, come nelle favole, arrivano i lieto fine, e da grande professionista qual è il rocker inglese nonostante il poco tempo a disposizione, appare improvvisamente sul palco, dando così un senso diverso alla serata e placando la delusione certa dei tanti fans accorsi, imprimendo con il suo tipico marchio di fabbrica indelebile i soli quattro brani proposti.



Chitarra acustica a tracolla, con l’immancabile foulard in testa che lo contraddistingue, come un vero iconico clochard del rock, e birra accanto, viene incitato e acclamato a gran voce dal popolo italiano, che dimostra di non aver scordato i suoi trascorsi coi Quireboys e premiando la sua volontà di esserci comunque a tutti i costi... Dopotutto, sono più che certo che molti dei presenti stasera erano lì anche e soprattutto per assistere alla sua esibizione, sempre perfetta e fantastica, come solo i grandi sanno fare, dotato di un carisma unico, accostabile solo coi vecchi “marcioni” bluesman datati che puzzano di alcol e distillati vari, proprio come lui. Spike da tempo ha scelto di esibirsi in questa chiave acustica ed intimistica, che a noi non dispiace affatto, lasciandoci volentieri trasportare ed ubriacare con la sua musica, sognando di essere stesi davanti un camino, meditando con un bicchiere di whiskey in mano ed un sigaro nell’altra mano (per chi fuma). Dal suo tributo all’amico cantautore scozzese Frankie Miller, (che ebbe un certo successo tra gli anni ’70 e ’80) uscito nel 2014 “100% Frankie Miller”, estrae “Brooklyn Bridge” e”Cocaine”, mentre dai ben più noti e conosciuti The Quireboys, esegue due classici “There She Goes Again “ e “Roses And Ring”, entrambi dal capolavoro del 1990 intitolato “ A Bit Of What You Fancy”. Il tempo scorre inesorabile ed è tiranno stasera, ma Spike riesce a regalarci un ultima emozione…un ultimo brivido lungo la schiena ….”I Don’t love You anymore“, seppur solo accennata basta e avanza per farci scendere una lacrima sul viso …IMMORTALE! Love You!



L’adrenalina è alle stelle e la temperatura è ora ben surriscaldata al Live Club, dove cresce palpabile tra il pubblico l’eccitazione per rivedere John Corabi & Co in azione, i The Dead Daisies! Quello che balza all’occhio da un primo e rapido sguardo, oltre che il pienone, è una cospicua rappresentanza femminile, molto eterogenea e di tutte le età, in risposta a un pubblico maschile decisamente più maturo come media di età. Ma ora concentriamoci sulla musica, perché gli Stones di sottofondo sono il preludio di quello che a breve esplodere sul palco, che sfocerà in un concerto distruttivo, che difficilmente dimenticheremo! John Corabi, a discapito delle sessantaquattro primavere, sfoggia una forma fisica e vocale invidiabile, che scatena il gentil sesso (giustamente) in urla isteriche e liberatorie: del resto era l’attrazione speciale il vocalist di Philadelphia! Famoso per aver militato nei Motley Crue, negli ESP con Bruce Kulick, nei The Scream ed Union, Corabi è anche un ottimo compositore e chitarrista; un musicista perfetto sostanzialmente impeccabile fino alla fine, con una tenuta vocale eccellente, tanto bravo coi suoi pezzi scritti nei The Dead Daisies, quanto con quelli del collega Glenn Hughes (subentrato dopo il suo addio), interpretati magistralmente, e sulle cover finali.



E’ innegabile che questa oggi è la sua dimensione ideale, la sua casa, dove riesce a dare il meglio di se' stesso come artista, in un genere di hard rock ottantiano al confine con il blues, ma che ha anche subito un restyling e una produzione un pizzico moderna e giustamente al passo coi tempi. I The Dead Daisies però non sono solo Corabi, ma anche e soprattutto Doug Aldrich, uno dei più grandi chitarristi in circolazione sul genere melodic metal, con un curriculum di tutto rispetto tra Dio, Whitesnake e Burning Rain tra le tante band in cui ha militato . Assoli impeccabili, mostruosi ed infallibili, pettorali scolpiti da ore di palestra, lunghe chiome bionde...serve altro?

Sì, è un DIO della 6 corde!
Naturalmente il supporto tecnico offerto dal secondo chitarrista David Lowy e dalla sezione ritmica composta dal bassista Michael Devin e dal batterista Brian Tichy, non devono passare come semplici comparsate, ma al contrario, come perno fondamentale sul quale si sviluppa questo sound esplosivo e devastante! Peraltro Tichy si è reso protagonista di un assolo di batteria fantastico, culminato con una serie di bacchette lanciate in aria e suonate in sequenza frenetica, dimostrando padronanza dello strumento non comune. La scaletta in programma (piuttosto lunga) rispecchia in gran parte il nuovo doppio album “The Best Of” che pesca un po’ da tutti i periodi e da tutte le formazioni che si sono avvicendate in questi anni dietro al progetto The Dead Daisies.



Si parte a razzo con ben tre pezzi dall’ultimo studio album con Corabi, l’ottimo “Burn It Down” del 2018, dal quale vengono eseguite “Resurrected”, “Rise Up”, “Dead And Gone”. L’aria è molto elettrica ed un classico come “Make Some Noise” riscalda il cuore dei fans a dovere, prima di fare un tuffo nel passato con le splendide “Lock’n’Load” e “Miles In Front Of Me”, dal primo album omonimo datato 2013, seguita da “Face I Love” ripescata addirittura dal raro EP del 2014. Come dicevamo, non è stato giustamente snobbato il periodo recente con Glenn Hughes alla voce, proponendoci “Unspoken” e “Bustle & Flow” da “Holy Ground” e “Born To Fly” dal recente “Radiance” pubblicato lo scorso 2022, nei quali Corabi dimostra di cavarsela più che dignitosamente, nonostante la difficoltà di cantare brani con caratteristiche completamente diverse dalle sue e molti difficili momenti da interpretare in estensione vocale.

Un simpatico siparietto con un medley composto di grandi classici tra cui AC/DC - Judas Priest – Deep Purple e Thin Lizzy ci introduce verso la seconda parte finale dello show: dal loro disco migliore e più riuscito “Revolution” (a parere di chi scrive), le varie “With You And I”, “Midnight Moses” e soprattutto “Mexico” hanno le forza di far ballare anche i muri del Live Club, e chiudere il sipario alla grande! Finita qua? Neanche per sogno!
Long Way To Go” e “Fortunate Son” dallo splendido “Make Some Noise”, fanno da apripista per la finale “Slide It In”, immortale classico dei Whitesnake!



Tanti applausi, ovazioni, acclamazioni, convincono i nostri eroi per un special extra bis: ci viene sparata in faccia “Helter Skelter” dei The Beatles, sdoganata dai Motley Crue anni fa or sono come hard rock cover, che viene ripresa anche dai The Dead Daisies e riproposta con pari energia e rabbia! Ora il sipario (purtroppo) si chiude davvero, ma resterà la certezza di aver assistito ad un concerto impeccabile, sotto ogni punto di vista …lunga vita a Spike e ai The Dead Daisies!

Come sempre organizzazione perfetta del Live Club, suoni spettacolari, luci , coreografie, mixeristi al top!

Si ringrazia Vertigo Hard Sounds per l'accoglienza e la collaborazione.

Report a cura di Alessandro Masetto

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