Speciale Luppolo In Rock - DAY TWO

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Pubblicato il:06/08/2026
INTRO
“Gente che non beve non è gente”. Questo era scritto sulla maglietta di un simpatico personaggio che si aggirava per l'area del concerto e, onestamente, mai frase è stata più azzeccata per descrivere questa seconda giornata del Luppolo. Già, perché le temperature sono andate completamente fuori scala. Io sul termometro sono arrivato a leggere 39 gradi, qualcuno ha addirittura parlato di 40, il tutto condito da un tasso di umidità semplicemente imbarazzante. L'unica soluzione era quindi bere. Molto. Per la gioia delle casse del Luppolo, che credo abbiano tranquillamente consumato in tre giorni le scorte di birra previste per l'inverno. Dietro le transenne vedevo i muletti andare avanti e indietro senza sosta, carichi di fusti pronti a essere spillati per la felicità delle nostre amate pance. Delle 3 birre proposte dal Luppolo la mia preferita è risultate la Hell, next year datele una possibilità. Dal punto di vista musicale, questa era la giornata che, almeno sulla carta e per i miei gusti personali, mi interessava meno. Ma, come spesso accade nelle storie più belle, quella con meno aspettative si è rivelata una delle più piacevoli. Gran parte del merito va alle band italiane, tutte autrici di ottime prestazioni, capaci di intrattenere il pubblico fino alla tripletta finale composta da Crimson Glory, Stratovarius e Udo. Una menzione speciale, però, la merita il pubblico. Con un caldo del genere siete stati capaci di non mollare un cazzo: c'è chi si è fatto tutta la giornata in prima fila e avete sostenuto ogni singola band con un entusiasmo encomiabile. Bravi davvero. Mille punti stima a tutti voi. Passando al lato musicale della giornata, il concerto che attendevo più di tutti era senza dubbio quello degli Stratovarius, band che non vedevo dal vivo da almeno vent'anni e che mi ha regalato alcuni momenti destinati a rimanere impressi nei miei ricordi. Oltre ai classici tratti dal capolavoro “Visions” come "The Kiss of Judas" e "Black Diamond", la band ci ha sorpresi con una splendida esecuzione di "Stratosphere" estratta da quell’altro piccolo capolavoro di “Episode”, introdotta da una dedica a Stradivari. A quanto pare il brano è stato inserito in scaletta esclusivamente per la data di Cremona. Tanta, tanta roba. (Riccardo Maffiodo)

BöLTHORN
Bell'impatto della band proveniente da Parma (D.O.C.?) che mostra qualità e preparazione, fornendo un'ottima prestazione collettiva, a dispetto del sole e dell'orario (le 15.00) al quale si apre la seconda giornata del Luppolo in Rock. I Bölthorn confermano l'indirizzo del Festival di alternare proposte piuttosto diversificate, proponendosi in un Death Metal di chiara derivazione svedese, quello che hanno già nei affrontato nei brano dei loro due album ("Across The Human Path" del 2018 e "Primeval Hunt" del 2026). (Sergio Rapetti)

SEPTEM
Segue l'Heavy Metal classico di evidente derivazione maideniana degli spezzini Septem, anche se personalizzato dai controcanti in growl del chitarrista Luca Riggio che si affianca al cantante di ruolo Daniele Armanini. Anche loro sono autori di una buona prova, nel corso della quale lasciano intravedere tutta la loro esperienza, fatta di ben tre album e un'intensa attività live, inoltre nell'occasione ci propongono anche un nuovo brano, "Ghost Of Moon", elaborato, dai diversi cambi di atmosfera e ben eseguito, anche se - ammetto - la mia preferenza va alla conclusiva "Journey to Eternity", recuperata dall'auto-intitolato esordio. (Sergio Rapetti)

EXPIATORIA
Si resta in Liguria con gli ExpiatoriA, e lo stage, che sinora (almeno nella giornata odierna) si era mantenuto scevro da orpelli ed essenziale, si trasforma in un tetro cimitero, con tanto di lapidi, candele ed il cantante AngeleX che si presenta - coraggiosamente - indossando un lungo mantello nero e rendendosi autore di una prova di spessore nell'immaginario Doom Metal (tra Candlemass, Black Sabbath e Mercyful Fate) degli ExpiatoriA, composto da una manciata di pezzi ben sorretti dall'imponente sezione ritmica composta dai fratelli (e fondatori del gruppo nel lontano 1987) Massimo e Giambattista Malachina. Già avevano lasciato buone sensazioni con il loro recente EP "A History In Three Acts", e ora replicano dal vivo. Se finalmente garantiranno la necessaria continuità raccoglieranno non poche soddisfazioni. (Sergio Rapetti)

LA MENADE
Quando ho visto il nome La Menade nella scaletta del Luppolo sono rimasto un po' spiazzato, perché fino a quel momento non mi ero mai avvicinato alla band (mea culpa). Per evitare di arrivare a Cremona completamente impreparato, però, mi sono messo su YouTube e mi sono ascoltato un po’ di brani e mi sono guardato tutti i loro videoclip in ordine cronologico. È stato interessante vedere l'evoluzione del gruppo, sia dal punto di vista musicale che dell'immagine, fino ad arrivare a "Life Resounds", title track dell'album pubblicato nel 2023. Onestamente, per il genere proposto, continuo a vederle un po' fuori contesto nella seconda giornata del festival. Le avrei trovate più a loro agio nella prima, dove probabilmente avrebbero avuto anche un pubblico più in linea con la loro proposta. Dal vivo ho trovato il nucleo storico della band, formato da Tatiana (voce e chitarra), Tanya (tastiere) e Laura (batteria), molto affiatato e perfettamente a proprio agio sul palco. Qualche timidezza in più, invece, mi è sembrata emergere da parte della nuova bassista, apparsa ancora un po' in fase di inserimento all'interno dei meccanismi live della band. Non parlo assolutamente di capacità tecniche, sulle quali non ho nulla da eccepire, ma esclusivamente di presenza scenica. Mille punti stima, invece, alla batterista e alla tastierista, capaci di farsi notare e trasmettere un'enorme carica pur suonando strumenti che, per loro natura, le tengono più lontane dal pubblico. Per quanto riguarda Tatiana, invece, c'è poco da dire: sul palco sembra essere nel suo habitat naturale. Si muove con sicurezza, tiene in pugno la scena dall'inizio alla fine e dimostra un carisma che rende naturale catalizzare l'attenzione del pubblico. Sarei davvero curioso di rivederle in un contesto più raccolto, magari in un club di medie dimensioni, con un impianto luci studiato per valorizzare la loro proposta musicale invece di dover suonare con il sole ancora alto nel cielo. Sono convinto che un'atmosfera più intima gioverebbe parecchio alla loro esibizione, esaltando quelle sfumature e quelle atmosfere che rappresentano uno dei punti di forza della loro musica. (Riccardo Maffiodo)

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MAYFIRE
Giunge quindi il momento dei misteriosi - mascherati ed incappucciati - Mayfire, con i norvegesi che mi avevano già colpito in occasione del loro album "Cloudscapes And Silhouettes" uscito giusto tre anni fa (e potete andare a leggere la mia recensione dell'epoca), e che stasera replicano dal vivo con la loro proposta di non facile collocazione, ma che viene presentata con eleganza e potenza, tra suggestioni Prog e Metal, lungo una setlist incentrata sul già citato album, che si apre con "Fall" e si chiude sulle note di "The Age Of Kings". Non ho evidenze su chi si celi dietro le maschere ed i passamontagna, ma di tratta certamente di musicisti bravi e soprattutto coraggiosi per presentarsi in tal guisa in pieno pomeriggio estivo. (Sergio Rapetti)

PINO SCOTTO
Con lo scafato rocker si torna all'essenziale: pochi fronzoli, niente corsi, cimiteri, donne discinte e cappe nere, solo Rock'n'roll e tanta intensità e passione.
L'ex frontman dei Vanadium si conferma irriverente, volutamente maleducato e scurrile, sempre prodigo di aneddoti, battute ed invettive, sia nell'introdurre sia quando decide di dedicare le varie canzoni, come nel caso di "The Eagle Scream", dove ci racconta di Lemmy (con tanto di ricordi dei loro incontri) e di quanto manchi a lui e all'universo musicale. Non manca nemmeno un momento revival, con "Get up Shake up" e la storica "Streets of Danger”, rispettivamente tratte da "A Race With the Devil" (1983) e "Game Over" (1984), a riportarmi indietro nel tempo, anche se dei Vanadium avrei anche voluto sentire "Wartrains".
Può piacere o non piacere, essere considerato uno schietto e genuino rocker oppure passare per il solito opportunista, ma di certo non si può negare che Pino Scotto, quasi alla soglia degli 80 anni, sappia sempre ed ancora tenere il palco. (Sergio Rapetti)

CRIMSON GLORY
"Marty devi tornare indietro con me. Ma…indietro dove? Indietro nel futuro!".
Già, per ritornare alla prima (e unica) volta che ho visto i Crimson Glory dal vivo, tocca andare molto indietro nel tempo, sino all'aprile del 2000 (in un teatro a Rezzato, presso Brescia, in compagnia di Kamelot ed Evergrey). Allora c'era una formazione molto diversa tanto da quella originale quanto da quella che oggi si presenta al Luppolo in Rock, ma nonostante il tempo possato ho mantenuto buoni ricordi di quel concerto e - spoiler - anche il loro show alle Colonie Padane non deluderà affatto, per quanto la formazione statunitense non abbia goduto della migliore resa sonora del weekend. Nemmeno il tempo di focalizzare la situazione che un terzetto iniziale quale "Valhalla", "Dragon Lady" e "Lady of Winter", che saccheggiano abbondantemente i primi due fondamentali album, Crimson Glory (1986) e "Trascendence" (1988), spazza via ogni dubbio: non si tratta di vecchie glorie imbolsite ma di una band che è tornata a ruggire. Anche grazie al nuovo cantante, Travis Wills, calato perfettamente nel ruolo, autore di una solida prova già sull'ultimo "Chasing the Hydra", dal quale ci propongono la sola "Pearls of Dust", mentre per il resto la setlist è totalmente focalizzata sui due succitati lavori. I membri originali stasera sono solo due, il chitarrista Ben Jackson e Jeff Lords al basso, dato che Dana Burnel è sostituito dal norvegese Stian Kristoffersen (batterista dei Pagan's Mind), ma la magia di una stupenda "Lonely" non può lasciare indifferente come pure l'impatto della seguente "Red Sharks" che ovviamente ha compito di chiudere le danze. E che ora non debbano passare altri 26 anni prima di rivederli qui da noi! (Sergio Rapetti)

STRATOVARIUS
Erano tanti anni che non vedevo dal vivo la band finlandese e, lo ammetto, erano senza dubbio il gruppo che aspettavo di più nella seconda giornata del festival. "Episode" e "Visions" sono stati due dischi fondamentali durante il mio periodo power metal ai tempi del liceo e poter finalmente rivedere oggi gli Stratovarius al Luppolo è stata una gran bella soddisfazione. Avvistati già nelle ore precedenti a passeggiare per Cremona, tra foto con i fan e una visita al Museo del Violino, i finlandesi salgono sul palco in forma smagliante. Per fortuna i finlandesi salgono sul palco quando il sole è appena tramontato e i quasi 40 gradi che hanno accompagnato l'intera giornata concedono finalmente un po' di tregua. Fa comunque un caldo infernale: se è dura per noi italiani, posso solo immaginare cosa significhi per cinque musicisti abituati al clima finlandese. La cosa più bella è vedere come il duo formato da Timo Kotipelto e Jens Johansson (57 anni il primo, 63 il secondo) salga ancora sul palco fresco, in forma e con la stessa carica e la stessa voglia di divertirsi di quando ne avevano venti. La line-up, ormai, è più che rodata: dopo lo "scisma" che ha segnato la storia della band, tutti gli attuali componenti sono in formazione da parecchi anni e l'intesa si vede e si sente in ogni singola canzone. Il risultato è una prestazione davvero maiuscola. "Eagleheart", "S.O.S.", "The Kiss of Judas", "Speed of Light", la splendida "Stratosphere" e l'immancabile "Black Diamond" risuonano nell'area concerti come autentici inni, cantati a squarciagola da un pubblico che sembra dimenticarsi del caldo infernale. Proprio "Stratosphere" è stata la sorpresa della serata. Tolta qualche sporadica apparizione prima della pandemia, era parecchio tempo che il brano non veniva più proposto in sede live e, soprattutto, io non avevo mai avuto la fortuna di sentirlo eseguito dal vivo. Ve lo dico senza girarci intorno: già solo questa canzone, per quanto mi riguarda, valeva il prezzo del biglietto dell'intera giornata. Quando ci si diverte il tempo vola e, quasi senza accorgercene, si arriva già all'ultimo brano della serata, "Hunting High and Low". È il classico finale perfetto, cantato a squarciagola da praticamente tutto il pubblico, a dimostrazione di come questo pezzo sia ormai diventato uno dei grandi classici degli Stratovarius, al pari di "Speed of Light" e "The Kiss of Judas". Bravi Stratovarius, spero di potervi rivedere dal vivo quanto prima! (Riccardo Maffiodo)

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DIRKSCHNEIDER
Che dire se non di doversi inchinare al cospetto di un musicista coriaceo e coerente (pure troppo...) come Udo Dirkschneider, sempre in azione e alle prese con molteplici progetti. Il battagliero cantante tedesco stasera si presenta con camicia mimetica e guanti bianchi, ma soprattutto con un set che pesca esclusivamente dai primi dischi degli Accept, e vista la presenza al suo fianco del bassista Peter Baltes, non lo trovo certo irrispettoso nei confronti degli attuali Accept (che comunque apprezzo e non poco) oramai guidati da un solo membro storico, Wolf Hoffmann.
Ma non voglio creare zizzania eppoi questa è un'altra storia, e quella di stasera parte da molto più lontano, dalla storica (e controversa) intro "Ein Heller und ein Batzen" che prelude all'immortale "Fast as a Shark",cui seguono via via una lunga sfilza di classici del calibro di "Balls to the Wall", "Losers and Winners", "London Leatherboys", "Winterdreams", "Up to the Limit" o "Burning", unico rammarico una "Princess of the Dawn" un po' sottotono e che non mi ha emozionato quanto mi sarei aspettato e la mancanza in scaletta di "I'm a Rebel", durante la quale sarei stato pronto a strapparmi la t-shirt a mo' di attempato Hulk. Quello che non è certo mancato è il carisma - ma riconosco - anche la tenuta vocale di Udo Dirkschneider (che ha ormai spento ben 74 candeline), accompagnato come già detto dal vecchio compagno di avventure Peter Baltes, dal figlio Sven alla batteria, e dalla coppia Dee Dammers e Alen Brentini alle chitarre, tutti musicisti che stasera danno la sensazione di stare divertendosi sul palco, tanto quanto il pubblico presente che si lascia trascinare per l'intera durata del concerto, che culmina nel turbinio dell'incendiaria (vabbè...) "Burning". (Sergio Rapetti)
Articolo a cura di Rix619

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