Copertina 8

Info

Past
Genere:Gothic / Dark
Anno di uscita:2005
Durata:non disponibile
Etichetta:Century Media
Distribuzione:Self

Tracklist

  1. MAY TODAY BECOME THE DAY
  2. EVER - FROST
  3. WE ARE BUT FALLING LEAVES
  4. HER LAST 5 MINUTES
  5. WHERE WATERS FALL FROZEN
  6. DESPAIR - RIDDEN HEARTS
  7. VENGEANCE IS MINE
  8. A LONG WAY TO NOWHERE
  9. CONSIDER US DEAD
  10. LOWER THE FLAGS
  11. DRAIN ME
  12. KARU
  13. END OF THE ROAD

Line up

  • Ville Laihiala: vocals
  • Sami Lopakka: guitars
  • Mika Tenkula: guitars
  • Sami Kukkohovi: bass
  • Vesa Ranta: drums

Voto medio utenti

Una carriera durata sedici anni sta volgendo al termine e pare proprio una chiusura in grande stile, definitiva e allo stesso tempo inspiegabile. Il gruppo finlandese che ha lasciato in eredità un’evoluzione dal death degli albori all’odierna combinazione di rock, gothic metal e tematiche doom ci presenta ora il proprio addio senza sconvolgimenti nelle proprie scelte stilistiche e compositive. I Sentenced, coerentemente col nome che portano, si sono autocondannati a porre fine alla strada iniziata con “Shadows of the Past”, culminata con “Frozen” e “The Cold White Light” e che ora si chiude con il lavoro dall’eloquente titolo di “The Funeral Album”, registrato tra il novembre 2004 e il gennaio 2005.
Tredici tracce dall’alta resa emozionale, grazie anche all’efficiente produzione del già noto Hili Hilesmaa, che qui, a differenza di TCWL, ha abolito le scelte più commerciali, che avevano in parte inficiato il precedente album, dalle evidenti similarità con gli HIM. Rimane comunque una resa leggera, che rifugge le sonorità più dure a cui i cinque di Oulu avevano fatto riferimento almeno fino ad “Amok”, album di transizione nella loro carriera iniziata nel lontano 1989.
L’ultimo lavoro della band appare già dal primo istante in linea con “Crimson” e “The Cold White Light”, quindi essenzialmente privo di innovazioni di sorta, specie per quanto riguarda le linee vocali e la struttura delle canzoni, anche perché una tale politica risulterebbe fuori luogo per un album di addio. Infatti si trovano più che altro dei rimandi, più o meno marcati, a molte delle release che hanno fatto la storia dei Sentenced, persino prima della sostituzione del vocalist avvenuta nel 1996.
Le canzoni sono orientate sicuramente verso una maggiore centralità della chitarre, negli assoli così come nel corpo del brano; leggere o potenti a seconda del contesto, sono spesso in funzione di riff limpidi e mai stucchevoli. Tuttavia non lesinano sull’uso del distorto quando è necessario un maggior impatto sonoro.
La voce sporca e scura, da basso, di Laihala, spazia senza difficoltà tra l’aggressività e la malinconia, pur non avendo un registro molto ampio che permetta una ancor maggiore elasticità. Il cantato vagamente alla James Hetfield è percepibile nei momenti in cui è richiesta una certa potenza vocale, che si contrappongono ad altri, pur rari, di maggiore delicatezza.
La batteria non è mai invadente, anche se ci regala momenti di grande energia, oltre ad essere fondamentale nel sottolineare le diverse sezioni dei brani, dove troviamo delle strofe composte e tranquille che si alternano a ritornelli maggiormente esplosivi.
L’opening track è un up-tempo rockeggiante nel quale emergono gli assoli di chitarra dei due fondatori della band e un basso dal suono vigoroso in apertura.
Segue poi “Ever Frost” che, nonostante sia piuttosto orecchiabile, non ha la forza e la rappresentatività che un singolo dovrebbe avere, pur essendo un tipico esempio di canzone firmata Sentenced. Uscito a fine aprile, ha scalato le classifiche nella terra natale dei finnici, puntando su un ritornello ribadito spesso e volentieri dalle chitarre, ma non fornisce altri elementi in grado di rendere veramente incisivo questo brano.
La terza traccia è una semi-ballata piuttosto struggente, che ricorda “No One There”, caratterizzata dal contrasto delle voce cavernosa di Laihala che si staglia su un tappeto di chitarre dal suono chiaro e malinconico.
La quarta song, “Her last five minutes”, presenta un apprezzabile quanto limitato uso del piano in un dialogo di chitarre evanescenti, oltre ad un’outro molto curata.
Evidente innovatività è riscontrabile nella traccia “Where Waters Fall Frozen”, 59 secondi di brano strumentale veloce e impetuoso. Si distinguono una decisa impronta black/death, con bruschi cambi di tempo e una massiccia presenza di chitarre e basso. Evidente tentativo di spezzare l’uniformità dell’album, è soprattutto un’incursione nel passato della band, che desidera forse rimarcare le proprie origini, nel proporre questa song scritta nei momenti di pausa ai Finnvox Studios.
Il mid-tempo “Despair-ridden hearts” incarna perfettamente il sentimento nostalgico di cui è pervaso tutto l’album, vantando anche un’introduzione all’harmonica e l’uso della chitarra acustica.
Ed ecco che il rancore prende forma in “Vengeance is mine”, canzone introdotta da una voce roca e vibrante da contrapporre a quella acuta e chiara dei bambini presente a livello del bridge. Il contrasto tra la violenza e l’innocenza viene rimarcato nel finale, dove un carillon distorto stempera i toni aggressivi che hanno dominato tutto il brano. Questi parzialmente si ritrovano in “A long way to nowhere”, in cui incontriamo chitarre e basso pesanti, un’insieme interrotto da un breve momento soft a metà della canzone.
Incontriamo poi “Consider us Dead”, dagli arpeggi delicati che caratterizzano le strofe e un solo virtuosistico pseudo-arabeggiante.
La due canzoni seguenti , “Lower the Flags” e “Drain me” presentano un uso meno pulito e più aggressivo delle chitarre, che raggiunge l’apice nel breve assolo della seconda.
Fa invece parte del duo conclusivo “Karu”, una canzone semplice e simile ad un lamento funebre, in cui la melodia è affidata ad una chitarra acustica, a cui spetta il ruolo di introdurre la traccia finale. Per questo motivo si tratta di un brano di breve durata, come ci suggerisce lo stesso titolo, che in finlandese significa appunto “corto, scarno”.
La traccia conclusiva, “End of the Road”, è il brano più suggestivo di tutto l’album,
melanconicamente morbido nelle strofe, prima che la voce si faccia più dura e introduca il coro, che precede la lunga ed elaborata outro.
In questo disco sono stati utilizzati, forse unico tentativo di rinnovamento, strumenti abbastanza inconsueti, come cucchiai, cerniere zip, aria compressa, che però non emergono in modo apprezzabile. Risalta maggiormente, invece, l’uso del coro di voci infantili, così come dell’harmonica e del piano, che contribuiscono senz’altro a creare un’atmosfera meno cupa ed opprimente rispetto quella delineata dai testi.
Questi infatti mostrano la familiare tendenza ad esprimere, tramite un umorismo macabro, la rabbia e il dolore, la disperazione (“Despair-Ridden hearts”), l’odio(“Vengeance is mine”) e il compianto dei defunti (“Lower the flags”), nonché la brama della morte come unica soluzione (“Consider us dead”). Emerge ancora di più la considerazione quasi leopardiana dei nostri limiti, che ci rendono fragili e vulnerabili (“We are but falling leaves”) e, ovviamente, della fine che è ormai irrimediabilmente giunta (“End of the road”).
La visione disincantata e aggressiva della vita è manifesta in brani come “Drain me” ed “Ever Frost”: nella seconda si legge tra le righe, seppur con una sfumatura differente, il carpe diem promulgato in passato da “Neverlasting”; nella seconda, invece, le riflessioni si rivolgono alla bassezza del genere umano.
L’artwork è ancora una volta opera di Vesa Ranta, decisamente più dotato come batterista che come grafico, che però ha scelto, in modo consono al titolo dell’album, uno sfondo nero e delle scheletriche ed evanescenti spirali bianche a incorniciare il nome del gruppo.
In definitiva, “The Funeral Album” è piacevole e, nonostante l’omogeneità che lo caratterizza, non si può certo definirlo un disco monocorde: la varietà tra le canzoni è messa in evidenza dall’ordine delle tracce, percorso verso la fine ineluttabile.
Purtroppo, però, non sono presenti brani in grado di rimanere impressi in modo deciso, come forse ci sarebbe più appropriato per un album conclusivo. Il livello qualitativo delle canzoni è generalmente alto, motivo per cui non c’è una canzone che si elevi in modo marcato al di sopra delle altre tracce.
Nonostante alcuni momenti energici, appare chiaro il desiderio di andarsene quasi “in sordina”, senza prove eclatatanti, ma fornendo sicuramente un buon prodotto, più genuino rispetto al precedente.
Recensione a cura di Claudia 'Deepblue' Beltrame
immensi

peccato.peccato davvero che hanno deciso di sciogliersi,specialmente dopo questo ultimo stupendo album,dove e' racchiusa tutta l'essenza dei sentenced.semplicemente un disco superbo,come la loro carriera.non ci sono parole per descrivere l'album,va solo ascoltato lasciandosi trasportare dalla musica con la m maiuscola.grazie per averci dato tanta grande musica,grazie di cuore

GRAZIE SENTENCED!

Miglior saluto non poteva esserci, un album davvero profondo ed emozionante, che ripercorre con successo le orme degli ultimi album dei Sentenced, aggiungendo quel tocco di sentita malinconia connessa alla consapevolezza di pubblicare l'ultimo album della band. In questo senso l'ultima traccia The End Of The Road è il vero e proprio manifesto d'addio dei finlandesi. GRAZIE DI TUTTO SENTENCED!!!

Grazie di tutto; grazie davvero...

...sono queste la parole che mi detta il cuore quando penso al THE FUNERAL ALBUM.L'album d'addio per antonomasia, ogni singola nota trasuda di dolce malinconia,di fatalità,rimpianto, ma anche di orgoglio per aver vissuto una grande avventura. -La malinconia è la gioia di sentirsi tristi-nessuno come i Sentenced sono riusciti a trasformare in un'emozione unica, questo famoso aforisma di Victor Hugo.

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