"In the Shadow of Your Shadow", rilasciato in questo inizio di novembre 2026 tramite la label svedese
Red Creek, è il nono album dei pionieri dell'Atmospheric Sludge/Post-Metal
Cult of Luna, genere che, dopo le grandi innovazioni dei
Neurosis, hanno contribuito, insieme ad
Amenra e
Isis, a consolidare e a inscrivere in coordinate stabili e definite: definite anche dal suo stesso schiudersi ad assidue sperimentazioni e contaminazioni.
La visione creativa dei
Cult of Luna non si è dunque mai posta limiti rigidi, ispirandosi a movimenti di matrice Hardcore, Sludge, Doom, Folk, accenni di Art-rock e non solo. E
"In the Shadow of Your Shadow" non si smentisce, segnando per giunta il coesistere del novero di forze elementari appena menzionate con una gravità pachidermica e uno spessore di oscurità ora avvolgente, ora soffocante, magniloquente... come non avveniva da molti anni. Sentori tetri che fluiscono non solo tramite il medium scintillante del metallo estremo, bensì perfino attraverso voci pulite teatrali, declinate con sfumature gotiche dai retaggi di
The Cure,
Joy Division e
Depeche Mode, dove Post-punk, New Wave, Darkwave e sottili crepitii industriali flirtano, in episodi come
"One More Day", per esempio, senza soluzione di continuità con la monoliticità tipica delle propaggini più estreme di questo suadente e affascinante bacino artistico.
Non si deve tuttavia cadere nell'inganno di credere che ci si trovi di fronte a un disco soft: salvo alcuni frangenti emotivamente delicati come
"A Way Back" o la breve strumentale
"Landby", nel complesso siamo al cospetto di un'opera monumentale, dal suono corposo, a tratti ruvido e contraddistinto da un senso di profondità abissale, ricavato, oltre che da un abile lavoro in fase di produzione, dal caratteristico utilizzo di dissonanze e sintassi atonali, su cui il growl di
Niklas Stålvind, analogamente a una cattedrale di pietra che crolla verso l'interno, squarcia i veli delle tenebre, trascinando l'ascoltatore tra i silenzi solenni e strazianti dell'assenza: della mancanza dell'oggetto d'amore... Nella prigione dell'Io avvolto dalla sua ombra.
"(...) In time I need to find, a way back home.
I hear your voice, carried by the wind.
Am I dreaming.
My fears and doubts, send an echo through the night, as I carry on.
Is there time, to make it out of here.
In time I need to find, a way back."[
Cult of Luna —
"A Way Back"]
"(...) His body is weak
The cracks will fit me
A disfigured form
I will complete it
You cannot see me
But I am here
Hiding in the shadow of your shadow"[
Cult of Luna —
"In the Shadow of Your Shadow"]
La dimensione profonda a cui abbiamo fatto riferimento porta con sé, oltre alla caustica e prostrante lentezza del Doom, la potenza feroce e mortifera del Death metal, con un senso dinamico particolare, oscillante tra pathos caldo, martoriante, e distacco gelido, estraniante che, nei frangenti più furiosi, ricorda alcune situazioni degli
Ulcerate (pur restando su sentieri assai meno brutali).
Canzoni intense, laceranti come la
"Title-track",
"Sadness Will Reign" (che vede
Joe Duplantier come ospite) o
"The Rift" scavano solchi esistenziali, corsi e ricorsi di torbide acque torrenziali, ruscelli incantevoli che riflettono gli spicchi di luna e dissolvono un'unità che trova consistenza soltanto nel centro dell'ombra.
Sicuramente nella mia top ten di fine anno.
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