Rilevare che il
curriculum degli olandesi
7 Miles To Pittsburgh evidenzia un numero assai corposo e prestigioso di segnalazioni (Sleeze Beez, The Gathering ed Elegy, innanzi tutto … e poi anche
Kris Gildenlöw, Place Vendome, Adagio, Headless, Komatsu, …) induce a ritenere che la loro produzione sonora potrà attrarre diverse tipologie di
rockofili, curiosi di capire come esperienze musicali così variegate si sono combinate in un’unica entità artistica.
Una considerazione che in realtà è più che altro una “speranza”, dacché la mistura di
hard-rock,
blues e
prog contenuta in “
Beyond repair” (terzo albo della
band) è molto intrigante, intrisa di perizia tecnico / interpretativa, carattere e buongusto compositivo.
Doti che auspico possano convincere anche chi non troverà nell’opera in questione evidenti richiami ai principali elementi del suddetto sommario di esperienze professionali, sicuramente utili alla costruzione del
sound dei
7 Miles To Pittsburgh ma abbastanza distanti dal risultato finale.
Insomma, dovendo citare qualche plausibile riferimento allo scopo di orientare il lettore, direi che tra i nomi appropriati ci sono quelli di Rainbow, Rush e Styx, il tutto, però amalgamato seguendo un approccio non “omologato” e piuttosto creativo, che affonda le radici nella “tradizione” e si sviluppa senza banali proliferazioni.
La capacità di manipolare efficacemente dogmi espressivi noti è evidente fin dall’atto d’apertura denominato “
All men are created equal”, brano denso di tensione e affabilità, pilotato ad arte dalla voce istrionica di
Andrew Elt (chi lo ricorda nei
glam-metallers Sleeze Beez, farà fatica a riconoscerlo …).
Forte di un eclettismo non “astruso” il gruppo si produce subito dopo nelle viscerali e avvolgenti spire
bluesy di “
Don’t fail me” per poi arrivare, con “
Pacific Coast Highway”, a solcare coordinate sonore solari e
West-coast-iane (ottime le armonizzazioni vocali) con radiosa disinvoltura e notevole temperamento.
Eccellenti anche quando, in “
Half way there”, rendono maggiormente enfatiche e melodrammatiche le strutture armoniche, i
7 Miles To Pittsburgh si dimostrano altresì abilissimi nella gestione oculata della materia squisitamente “pomposa” (e qui mi piace riferire di un vago rimando ai Terra Nova, per rimanere nei Paesi Bassi) trattata senza eccedente ampollosità nella suggestiva “
Kansas”.
Appena meno efficaci, nel contesto generale, si rivelano le istanze
prog-blues di “
Speed of life”, mentre il
pathos sinuoso, pulsante e tambureggiante di “
Saving grace” (una sorta d’interpolazione “erudita” tra Led Zeppelin e Pink Floyd) alimenta un altro momento particolarmente coinvolgente del disco.
E sempre a proposito di sensazioni intense, e stavolta pure più “oblique”, arrivano le incalzanti scansioni di
funk “mutante” concesse a “
Elevator music”, e le accattivanti sperimentazioni melodiche di “
The lies you promised to keep”, a ulteriore dimostrazione che attingere dalla
Storia del Rock non significa necessariamente restare vittima dell’ascendente esercitato dai suoi monumenti.
In conclusione possiamo tranquillamente affermare che a
7 Miglia da Pittsburgh (singolare anche il
monicker …) c’è un sacco di buona musica e che organizzare quanto prima un
viaggetto da quelle parti è un’opzione altamente raccomandabile.