Vi piacciono gli
Amon Amarth? Quelli vecchi e più epici e grezzi, o quelli più moderni, patinati ma sempre selvaggi e vichinghi fino al midollo? Beh, qualunque sia la vostra posizione, se avete una scintilla d’amore per la band di Tumba, prendete questo disco e mangiatene tutti, ché i ragazzi sono tornati più carichi che mai.
“
The Allfather Awakens”, sin dal titolo, si riallaccia alla tanto amata mitologia norrena, facendone quasi un leitmotiv lirico all’interno di un album che, per gli standard del 2026, mi sbilancio a definire semplicemente perfetto. Prodotto alla grande (e registrato in due sessioni) dall’eterno Jacob Hansen, questo disco suona attuale e moderno e contemporaneamente permette alla batteria di prenderti a piattate in faccia, sin dalla meravigliosa opener “
Gjallarhorn”; anche la seguente “
Eight Legs of Thunder”, dedicata al magico Sleipnir, è un mid-tempo semplicemente irresistibile, in cui (come nel resto dei brani, peraltro) la voce di Johan Hegg è per-fet-ta, potente e minacciosa, con qualche apertura melodica e un sacco di cazzotti in faccia.
La band suona compatta, e seppur non possiamo gridare la miracolo dell’innovazione, è davvero questo quello che i fans degli Amon Amarth cercano in un loro disco? Certo, c’è il primo pezzo acustico della storia della band, una delicatissima “
Upphaf” che sa di Scandinavia, puzza di fiordo e ti lascia percepire fisicamente lo sciabordio delle acque che si infrangono sullo scafo del tuo Drakkar, mentre ti fai una gitarella a Lindisfarne a trovare quei monaci così simpatici…
Insomma, inutile girarci intorno: “The Allfather Awakens” è il disco perfetto per una band solida, coerente, costante e onesta, che merita di raccogliere tanto, ché tantissimo (e benissimo) ha seminato.
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