Il terzo
album degli
Hydra induce al tempo stesso ad una convalida e ad una revisione.
“
DeHydration” avvalora, infatti, la tesi che l’alleanza tra
Henrik Hedström (First Signal, Angelica),
Daniel Flores (Find Me, First Signal, …),
Jonny Trobro (First Signal, Find Me) e
Andi Kravljaca (Aeon Zen, Seventh Wonder, Departure) è brillante ed efficace, di quelle che mescolano egregiamente competenze, vocazione e cultura al fine di ottenere un bene comune.
Dall’altra parte, soprattutto se confrontiamo l’opera in questione con la precedente “
ReHydration”, siamo anche costretti quantomeno a “rimandare” l’ingresso della
band svedese nell’
Empireo del settore, una transizione che nel 2024 sembrava piuttosto imminente.
Un “passo indietro” piuttosto esiguo in realtà, da imputare ad una raffinatezza sempre spiccata e sensibile, ma stavolta leggermente “esteriore”, e a composizioni talora poco incisive, dove creatività e
feeling non raggiungono lo
status richiesto dalla suddetta dimora del tripudio artistico.
Nello specifico, a beneficio di chi non lo sapesse, parliamo dell’estasi che riserva ai suoi estimatori l’
AOR più elegante ed erudito, quello che vede i Toto come uno dei modelli fondamentali di riferimento e poi si estende, per rimanere in ambito scandinavo, a Work Of Art e State Of Salazar, con propaggini diramate fino ai Last Autumn’s Dream.
Un suono che gli
Hydra magnificano con la traccia d’apertura “
This time”, attenuandone subito dopo gli imperiosi effetti emotivi con “
Fooled by love again” e la serenata “
Labyrinth of love”, formalmente perfette e tuttavia non pienamente galvanizzanti.
La tensione espressiva riprende quota grazie alla briosa “
Hiding in plain sight” e alla vagamente Journey-
esca “
A million miles” (già apprezzata nella versione dei First Signal), mentre i languori di “
Halfway to nowhere” si collocano nuovamente nelle zone medie della suggestione sensoriale.
A partire dalla garbata vigoria di “
Bringing on the thunder”, “
DeHydration” spicca il volo in maniera decisa e perentoria, piazzando in sequenza “
Somebody to love”, brano carico di dinamismo “radiofonico”, il
pathos inebriante di “
Depending on a miracle”, l’affabilità vaporosa di “
Don’t tell me it’s too late” e ancora le squisitezze
pompous (una sorta di felice ibridazione Toto / Giant) di “
The winner”, per una seconda parte della raccolta che autorizza a presagire nuovamente per gli
Hydra un futuro da “beati” del genere … attendiamo con fiducia l’auspicabile “elevazione”.
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