Matti Alfonzetti (Jagged Edge, Skintrade, Impera, Damned Nation, …) è un cantante di “prima fascia”, tra i pochi capaci, come credo di aver detto in qualche altra occasione, di appianare, direttamente nella sua educata laringe, l’annosa diatriba
Coverdale /
Hughes.
Stefan Bergström (Skintrade, nonché collaboratore, tra gli altri, di Baltimoore,
Zinny Zan e
Martina Edoff) è un eccellente chitarrista e anche la sezione ritmica composta da
Johan Kullberg (Lion’s Share, Zan Clan, Therion e coadiutore “da palco” degli Hammerfall) e da
Jarmo Lindell (bassista che ha lavorato con Cloud Circus,
Andreas Johnson, …) ha l’esperienza e le doti necessarie a sostenere adeguatamente il glorioso
sound dell’
hard-rock blues.
A questo punto penso sia abbastanza facile “intuire” quale sia la tipologia musicale proposta dai
Black Blood Sthlm, formazione “emergente” della fiorente scena scandinava, promossa dalla sempre attenta e competente
Scream For Existence.
Quello che invece è necessario puntualizzare è come un
4-trks Ep sia ampiamente sufficiente per stimolare i sensi di tutti gli estimatori di Whitesnake, Deep Purple e Bad Company, di quelli che magari poi si sono emozionati pure per Snakes In Paradise, Lion e Blue Murder.
Eh già, perché tra i numerosi devoti al culto del “Serpente”, principale confessione anche dei
Black Blood Sthlm, loro si segnalano per una venerazione, oltre che tecnicamente impeccabile, parecchio ispirata e adescante, edificata su melodie e strutture armoniche che sanno di “tradizione” senza palesare fastidiosi pigmenti di “contraffazione”.
Insomma, un debito di riconoscenza nei confronti dei “classici” saldato con sensibilità, classe e buongusto, qualità che ritroviamo immediatamente in “
In the wind”, esempio lampante di sinuoso
rock duro scandito da un sincopato propulsore ritmico.
Sulla stessa falsariga si pone la brillante “
In know you believe”, riuscita interpolazione
Purple /
‘Snakes e se “
Fallen angel” arricchisce il limitato campionario di “
Black Blood Sthlm” con un’opportuna dose di evocativo lirismo elettroacustico (e qui il timbro di
Alfonzetti si colora altresì di sfumature J
on Bon Jovi-esche), “
Holy man” incalza e blandisce con un altro imponente flusso di vibrante carica melodica.
Come sempre accade quando ci si riferisce in maniera piuttosto palese ad autentiche “istituzioni” del
rock n’ roll, la “censura” è in agguato, ma per chi ama il genere e sa distinguere tra istintiva vocazione e scaltra emulazione, i
Black Blood Sthlm meritano senz’altro un vigile monitoraggio.
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