Come forse già sapete, sono stato (e sono tuttora) un entusiasta ammiratore dei Mantra e assistere alla progressiva trasformazione dei
Silver Horses in una nuova “incarnazione” di quella (sottovalutata) formazione (l’unico “intruso” in
line-up è
Matteo 'Bona' Bonini) non può che essere un grande motivo di soddisfazione.
Ciò detto e ribadito, accantoniamo il “passato” (con il quale permane un solido legame …) ed occupiamoci di “
Weird tales” una dimostrazione nitida di come quattro musicisti italiani, affiatati, abili ed eruditi, possano suonare il
rock “classico” meglio di tanti altri loro colleghi anche più blasonati e accreditati.
Si tratta di una questione di comprensione e assimilazione della “filosofia” e dell’essenza del genere, il tutto poi esposto attraverso un temperamento che rende modelli artistici molto diffusi e popolari un fondamentale punto di partenza su cui sviluppare la propria versione di “visioni” comuni.
Citare Led Zeppelin, Bad Company, Deep Purple (e poi pure Black Country Communion, Rival Sons e Wolfmother …) diventa così la necessaria legenda per orientare il lettore, il quale, però, non rischierà durante l’ascolto dell’opera di avvertire quel senso di artificioso o, peggio ancora, di “stantio” che spesso contraddistingue produzioni analoghe.
La voce matura ed espressiva di
Jacopo 'Jack' Meille (una valutazione condivisa da
Robb Weir dei Tygers of Pan Tang, non proprio l’ultimo arrivato …), la chitarra vibrante di
Gianluca Galli e la validissima sezione ritmica
Castelli / Bonini trasportano la venerabile tradizione del
rock n’ roll nella contemporaneità, senza “rivoluzioni” o innovazioni epocali, ma con una classe e una cognizione di causa piuttosto rare.
Non è semplicissimo, infatti, dopo la simpatica “
Intro”, trovare nell’ambito di riferimento qualcosa di più incisivo di “
Keep on running”, alimentato da un basso pulsante, da un
riff coriaceo e da una contagiosa armonia vocale.
Con “
Dark ages” il contesto sonoro acquisisce un suggestivo tocco sinfonico e sofisticato, mantenendo una notevole dose d’istantaneità, mentre in “
Different keys”
funk,
hard e
folk riescono a convivere come potrebbe avvenire in una
jam session tra
Zeps e Trapeze.
Gli estimatori dei Foo Fighters apprezzeranno l’aura
radio-friendly di “
Follow the dream” e di “
Facing the mirror” (nell’impasto c’è pure qualcosa dei Soundgarden “psichedelici”), e a chi predilige soluzioni musicali maggiormente sanguigne è invece indirizzata “
Don't break the oath”, con il suo
groove carico di
blues palustre.
A giustificare in maniera esplicita il titolo dell’albo arriva “
Aliens don't sing”, una “stranezza” che attinge dalla lezione di Rolling Stones, Led Zeppelin e Faces e la elabora in maniera decisamente peculiare, aggettivo che forse non si addice appieno a “
Heading for the deep”, un pezzo tuttavia assai emozionante in cui
Meille si “traveste” da
Mick Jagger per pilotare una ballata notturna e nostalgica, ben sottolineata dallo struggente
solo di
Galli.
Le spigliatezze
funky di “
Love jar” (vagamente alla RHCP) impregnano di sinuosa dinamicità una raccolta che raggiunge il suo picco emotivo in “
The architectures of the sky”, dove lo “spirito” primigenio di
Plant e
Page rivive nella sua più feconda manifestazione, apprezzabile anche nel clima mistico che avvolge “
The chain” e nelle irretenti scosse
hard-blues che alimentano “
World on sale”.
“
Weird tales” appare, dunque, come una retrospettiva della
Storia del Rock priva di retorica, di quelle che appassionano proprio perché si dimostrano fomentate da autentica e passionale ispirazione, confermando i
Silver Horses tra i migliori interpreti del settore.