Cosa ne pensate degli
Spread Eagle? Li preferite nella loro versione primigenia,
brillanti interpreti di uno
street-metal anfetaminico e sprezzante, o li avete apprezzati di più nel ritorno discografico del terzo millennio, sottoposti ad una forma di “aggiornamento” espressivo, diviso tra impeto e inquietudini?
Qualcosa mi dice che un
aggettivino mi ha appena “tradito” e sapete già qual è la mia opinione in merito, ma se invece siete di parere diverso, o almeno avete gradito (anche se magari in maniera “leggermente” diversa …) sia il debutto omonimo e sia “
Subway to the stars”, potrete trovare taluni motivi di soddisfazione anche in questo “
The brutal divine”.
L’approccio nel nuovo
album è infatti più affine al
full-length del 2019 e si allinea alla sua discontinua presa emotiva, tale da rendere l’ascolto gradevole e tuttavia non esattamente galvanizzante.
Pilotata dall’ugola sempre graffiante di
Ray West, la raccolta inaugura il suo tracciato sonico con i concitati chiaroscuri di “
Flat Earth vultures”, per poi esplodere subito dopo nelle deflagrazioni di
punk “stradaiolo” di “
Street noise” e delle ombrose “
Gunflower” e “
Jail rat”, a testimonianza di un orientamento artistico che tenta di far convivere “anime” diverse, le stesse, in sostanza, che contraddistinguevano il lavoro precedente.
La strisciante viziosità di “
Forbidden local honey” rievoca “antiche” soluzioni stilistiche, qui rese, però, più “nervose” e inquiete, e anche l’
hard-rock di “
Pushed to the limit” si rivolge in qualche modo al passato degli americani, celebrato, purtroppo, in una conformazione un po’ troppo prevedibile per fare la differenza.
A questo punto, meglio affidarsi alle mestizie avvolgenti di “
Ant farm” e alle pulsazioni cupe e magnetiche di “
Scars in our eyes (city kids)”, anche perché
“Inside a shrunken head” è un altro numero di
punk n’ metal piuttosto epidermico e “
Makebeliever” mescola un po’ tutte le attuali tendenze espressive della
band senza convincere appieno.
Segnalando l’ottima prova di
Gianmaria “Jommy” Puledda,
new entry alla gestione chitarristica, accogliamo “
The brutal divine” tra i dischi di discreto valore, a cui manca una fisionomia coerente e decisiva d’ispirazione o perlomeno una serie di guizzi vincenti capaci di rendere gli
Spread Eagle ancora oggi
maestosi rapaci del
rockrama internazionale.
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