Tornano, dopo 3 anni di assenza, i friulani
Revoltons che, entrati recentemente nel roster della
Elevate Records, danno alla luce il loro settimo sigillo discografico, intitolato
Seventh Act Of A Death Foretold.
La band, in questo breve lasso temporale, ha vissuto l’ennesimo cambio di line-up, anche se, rispetto al travagliatissimo passato, questa volta, gli avvicendamenti hanno riguardato solamente la voce, con l’ingresso di
Victor Solinas (già negli
Hell Theater) che rappresenta il terzo singer in soli 7 anni, un turn-over davvero impressionante, se si considera che il “
Regno di Andro” (il primo frontman della band), era durato quasi un ventennio! Mentre invece, al basso si registra il gradito ritorno dello storico
Alessandro Carli (presente già in occasione dello splendido debutto dei Nostri, quel
Night Visions del lontano 2003 e del successore
Lost Remembrance di 4 anni dopo). Accanto a loro, troviamo lo “zoccolo duro” dei
Revoltons, ovvero il mastermind
Alex Corona, con il fedele “compagno”
Carlo Venuti alle chitarre ed
Elvis Ortolan alla batteria che, disco dopo disco, dimostrano di affinare sempre di più, la loro intesa artistica.
Seventh Act Of A Death Foretold, introdotto da un artwork decisamente ammaliante, è un album lungo (quasi 58 minuti) e multiforme, eppure diretto ed efficace. Al suo interno, è presente una moltitudine di influenze musicali, tra loro, anche parecchio eterogenee, ma che, da sempre, caratterizzano lo stile compositivo di
Alex Corona e soci. Tali sfaccettature sono tangibili in tutte le 13 tracce del platter; che si tratti di power, thrash, prog, ma anche hard rock o AOR, queste sfumature vengono tutte abilmente amalgamate ed inserite armonicamente all’interno della tradizionale concezione musicale della band.
Cosi, accanto a tracce decisamente abrasive, in cui i
Revoltons sembrano voler riversare le proprie frustrazioni interiori (l’iniziale
Loop Guardians, la veemente, ma profonda,
Black Mantis,la velenosa
Condemned, o la perfida
Mind Worm), troviamo brani più intimi e riflessivi (
Into The Hands Of Narcissus,
Spectral), mentre alcuni episodi mostrano un taglio più teatrale (
The Benjamin Of Death) e, altri ancora, sebbene inseriti all’interno di una struttura rocciosa, aprono a improvvise soluzioni melodiche, che concedono ampio respiro all’intera composizione (vedasi
Traitorous Angel,
Martyrs Of Infinity, oppure
The Secret Hate e T
he Great Ancients che sembrano uscite direttamente da un lavoro delle zucche dell’era-Deris).
Menzione a parte, per la conclusiva title-track: un brano alquanto articolato, una sorta di mini-suite finale che si snoda attraverso soluzioni stilistiche, a metà strada tra il già citato
Night Visions e
Underwater Bells (a detta di chi scrive, i due picchi creativi della band).
Insomma, siamo al cospetto di un disco che, per quanto immediato, si rivela denso di sfumature differenti; forse potrà suonare apparentemente più semplice rispetto, ad esempio, all’ambizioso concept
Underwater Bells Part II, tuttavia
Seventh Act Of A Death Foretold è un lavoro decisamente ben fatto e convincente, caratterizzato da composizioni lineari, ma mai scontate, in cui emerge palesemente l'evoluzione del song-writing dei
Revoltons in questi quasi 30 anni (il primo demo risale al 2000!) di ONORATISSIMA carriera.
Un album sincero, sentito e passionale (ma su questo non c’erano dubbi), in cui, una melodia dal retrogusto spiccatamente agrodolce ed una corposa sostanza, vanno a braccetto, accompagnate da sprazzi di tecnica pregevole e dove la band dimostra, una volta ancora, la propria integrità artistica, riuscendo a trasformare in musica, ciò che sente nel profondo delle viscere, senza dover scendere a compromessi con logiche di mercato per dover forzatamente piacere a qualcuno.
Per chi li conosce, una gradita conferma...per tutti gli altri, l'occasione è ghiotta per entrare in contatto con l'ennesima bella realtà italica, rispolverandone anche il validissimo e, ormai vasto, passato.
Nel frattempo, come sempre, bravi
Revoltons!