Quale mai sarà “l’elefante nella stanza” a cui si riferiscono gli
HoneyBombs?
Si tratta forse del fatto che la loro nuova prova discografica, rispetto al debutto del 2017, dimostra un’evoluzione artistica talmente evidente da non poter proprio essere minimizzata?
Il significato sarà ovviamente meno “personale”, ma ciò non toglie che chi ricorda il gradevole "
Wet girls and other funny tales” farà una certa fatica a riconoscere nei solchi di “
There is an elephant in the room” l’attitudine scanzonata con cui il gruppo romano si affacciava alla scena
rockofila.
Alcune variazioni di
line-up e otto anni hanno profondamente modificato le modalità espressive di una
band che ha abbandonato quasi del tutto le irriverenti atmosfere
sleazy dell’esordio per immergersi precipuamente nelle sonorità trionfali e tortuose del
power / prog metal, trattate con un gusto melodico che evita di far scadere il risultato sonoro nell’ennesima rilettura acritica dei monumenti del settore.
Un cambiamento di stile abbastanza “disorientante”, almeno per i
fans della prima ora dei capitolini e che tuttavia certifica, come anticipato, una maturità difficile da contestare, anche da parte di chi aveva apprezzato la loro primigenia propensione “stradaiola”.
I quindici capitoli dell’opera (alimentati da una narrazione che descrive come il tentativo di soffocare le pulsioni interiori porti alla sofferenza e alla conseguente impetuosa ribellione, fino ad una “rinascita” dell’individuo) si dipanano lungo coordinate soniche piuttosto variegate, tra spigliatezze
anthemiche (“
Living among the lies”), efficaci digressioni metalliche di carattere “classico” (“
Astenich”, “
Feels like heaven”, “
Pavor nocturnus”, la fascinosa “
Falling water”) e adescanti foschie melodrammatiche (“
Hidden in me”, “
Antinomy”).
Nella raccolta affiora anche qualcosa dell’antica sfrontatezza (“
Spit on you”), oggi rimpiazzata da un approccio alla materia decisamente più enfatico e possente (“
Berserk”, “
Insane’s mind”), fino a sconfinare in teatrali territori
symphonic / gothic (“
Awareness birth”, eseguita con il contributo del soprano
Olga Angelillo).
C’è anche spazio per tracce di
folk etereo e crepuscolare (lo strumentale “
Ocean in a drop”), per funambolismi di
prog-metal “attualizzato” (“
Ascension”, “
Thanatophobia”) e addirittura per vere e proprie aggressioni
thrash ("
Lothario foppish”), forse le uniche ad apparire un po’ “forzate” nell’economia complessiva di un disco a cui tuttavia gioverebbe appena un pizzico di maggiore concisione.
In sintesi, a fronte dell’ascolto reiterato di “
There is an elephant in the room”, possiamo affermare di aver “perso” degli
sleaze-rockers di buon livello, “guadagnando” però un gruppo di musicisti eclettici e sagaci, che sembra aver trovato nelle varie diramazioni dell’
heavy metal la sua ispirata dimensione artistica … a voi decidere se alla fine siamo di fronte ad un bilancio in positivo, utile (come credo …) a rafforzare la “salute” della scena musicale di riferimento.
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