Copertina 8

Info

Anno di uscita:2026
Durata:44 min.
Etichetta:Relapse Records

Tracklist

  1. I AM ALL
  2. SIGNAL FIRE
  3. FUTURE WORSHIP
  4. LIKE FOTOCHROM
  5. TOMORROW MIRAGE
  6. NOTHING BLOOMS IN THE HOLLOW
  7. WITHOUT FORM
  8. BORN PREY
  9. A LOVE SO PURE
  10. NEW GODS

Line up

  • Michael Sochynsky:
  • Hamilton Jordan
  • Wolski
  • Nick Yacyshyn: drums, plus newcomer
  • Kenny Szymanski: bass

Voto medio utenti

pastagakiare pallido e assorto
presso un rovente muro

​Naah: non ora, Né qui!

​I Genghis Tron lavorano con il metal per arrivare alla Musica. Non il contrario. Nelle band il genere rappresenta un'essenza e una destinazione. Per i GT è una riserva da cui sprigianare possibilità. Da scolpire e da mettere in circolazione.
​È un operare artistico e, proprio per questo, profondamente sociale. Squarcia soglie, sguardi e modi.
​Signal Fire viene dal futuro. Non nel senso ingenuo del termine: appartiene a quel qualcosa che esercita una pressione sul presente. Come se (il) domani sostanziasse una geniale attrazione sull'oggi.
​Anche per questo seguire le articolazioni e i pattern di batteria è un tuffo logistico. Si ha spesso la sensazione che i ritmi caratterizzino distribuzioni, spazio. Più che tempo. Energia e ri-orientamento continuo più che metrica.
​L'assenza di tensione tra sintesi elettriche ed elettroniche è distante mesi-luce da ciò che una miriade di giovani band produce nelle periferie americane. Laddove quell'eclettismo fluido e conflittuale — affine al "Terzo paesaggio" di Gilles Clément — apre crepe, i nostri creano un altrove. Un viaggio guidato da armonie che partono da lontano, capaci di vivere le macerie inaugurate da Board Up the House.
​Chiamarlo crossover è corretto e insufficiente allo stesso tempo. Corretto perché i composti provengono da suoli differenti. Insufficiente perché Signal Fire sembra interessarsi poco alla loro provenienza e molto alle configurazioni che rendono ferace la loro convivenza e, soprattutto, la loro congiunzione.
​Inoltre: non problematizzano — come faremmo noi bacucchi esperti — e nemmeno cercano una transizione tra le identità.
​Con gli ascolti... viene in mente la mano, l'apparato. Non il centro: ciò che, dall'estremità, ridefinisce il tutto. Non ibrida. Esplora. Triga. Estende...
​È forse questa la differenza che separa una procedura da un'opera. Un prodotto da un modo. Ed è forse proprio qui che Signal Fire trova la propria forza più rara. Non nell'innovazione o nella sperimentazione. Nemmeno nell'originalità. Ma nella naturalezza grazie a cui rende percepibile una versione che verrà dopo e che, allo stesso tempo, sta già ampiamente accadendo.
Recensione a cura di Marco Pastagakio Regoli

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