La fruizione di “
Solstice” mi ha turbato in maniera piuttosto profonda e durevole.
E non è una cosa tanto “comune”, vista l’inesorabile disillusione per un mondo della musica sempre più “usa & getta” e la convinzione che oggi raramente ci si possa meravigliare per i solchi emozionali lasciati da un assemblaggio di canzoni.
Non la conoscevo,
A.A. Williams, e questo, pur non deponendo a favore della mia “attenzione” sui convulsi movimenti della scena musicale contemporanea, verosimilmente contribuisce a rendere l’impatto emotivo del disco in questione davvero imponente, trasportandomi in un mondo accorato, fosco, straniante, in cui anche gli spiragli di luce contribuiscono a lasciarti in preda ad una forma di sottile inquietudine, di un tipo che s’insinua sotto la pelle e non se ne vuole andare.
Per prepararmi a questa disamina ho appreso che la cantautrice britannica esprime tutta l’intensa fragilità della sua multiforme personalità artistica attraverso le prerogative di una sorta di
gothic-dark “atmosferico”, e quantunque le definizioni stilistiche siano spesso abbastanza sommarie, in effetti è agevole rilevare quanto l’albo sia intriso di una forma di
spleen decadente ed etereo, che in qualche modo sottende alla suddetta descrizione.
Ad “impressionare”, però, è la sensazione contemporanea di quiete, seduzione ed angoscia che traspare da un questo tipo di suono, capace, sempre agendo per “generalizzazioni”, di coniugare
Lana Del Rey,
Tori Amos e
Kari Rueslatten con Anathema ed Explosions In The Sky.
“Tanta roba” direbbero i “giovani” (veri o sedicenti …), ma qui in realtà a fare a differenza è la tensione espressiva di una voce straordinariamente comunicativa e magnetica, un aspetto che definisce la statura di un artista a prescindere dalla “generazione” d’appartenenza dell’astante.
Alimentato da narrazioni sentimentali struggenti e introspettive, “
Solstice” ti contagia fin dalla melodia strisciante di “
Poison”, sublimata dal ritornello avvolgente, e da questo momento in avanti fuggire dalle sue spire attanaglianti sarà davvero un’impresa complicata, e comunque praticamente impossibile quando le note dolenti di “
Wolves” e il clima suadente e fatale di “
Little by little” conquistano il proscenio.
I sussurri di “
Hold it together”, dipanati su una struttura melodica ancora una volta elegiaca e suggestiva, suggeriscono l’immagine di canzoni scaturite dalle riflessioni solitarie di una notte insonne, mentre il tocco
folk concesso a “
Outlines” piacerà agli estimatori di
Hope Sandoval (magari anche a quelli di
Joni Mitchell …), così come nelle atmosfere languide ed esili di "
The veil” riecheggiano certi malesseri esistenziali piuttosto frequenti nell’operato dei fratelli
Cavanagh.
Il
sound raggiunge vertiginosi picchi di coinvolgimento nella ballata onirica “
I've seen enough” e anche “
Just a shadow”, con i suoi insidiosi chiaroscuri, e la fascinosa litania “
It won't rain forever”, arrivano dritti ai gangli sensoriali senza impedimenti di sorta.
Abilissima nel combinare intensità e languore,
A.A. Williams fornisce un altro saggio della sua maturità interpretativa nella solennità melodrammatica di “
Breathe” e nella brezza dolce e tragica che soffia su “
The gentle harm”, l’ultimo scorcio di uno straniamento da cui ci si ridesta con difficoltà.
Una volta tornati alla percezione concreta della realtà, non si può far altro che accogliere “
Solstice” tra le opere che grazie alla nuda e disarmante ricchezza interiore di chi le ha realizzate, producono fiotti imponenti di persistente energia evocativa … abusarne, tramite ascolti partecipi e reiterati, in tempi tanto frenetici e superficiali, è vivamente consigliato.