Com’è noto, il concetto di “ultimo” nella musica e non solo (l’ultima abbuffata prima d’iniziare la dieta, l’ultima sigaretta …) è parecchio aleatorio e spesso viene clamorosamente “smentito” dai fatti.
È quello che verosimilmente succederà ai
Lynch Mob, che dopo aver definito “
Dancing with the devil” il loro
canto del cigno in studio e aver comunicato che questo “
The final ride” sarebbe stato il capitolo finale dal vivo della loro parabola artistica, già parlano di nuovo materiale in corso di preparazione.
Insomma, un “ripensamento” che non sorprende e che, al di là di ogni altra considerazione, penso farà piacere ai sostenitori della
band, curiosi di valutare chi e come accompagnerà il mitico
George Lynch nella nuova fase della sua “creatura”.
Arrivando ai contenuti di “
The final ride”, diciamo subito che si tratta di un albo dal vivo parecchio “in your face” (come dicono quelli bravi …), in cui viene privilegiato il debutto “
Wicked sensation”, per molti versi il pezzo più pregiato della discografia dei nostri.
In tale contesto, l’aspetto ancora una volta maggiormente “divisivo” è la voce di
Gabriel Colon, chiamato a confrontarsi con i precedenti cantanti dei
Lynch Mob (
Oni Logan, soprattutto, e
Robert Mason), nonché con sua “maestà”
Don Dokken.
Ed è proprio dai tre brani tratti dal glorioso repertorio dei Dokken, che inizierei a commentare la sua prova: mettetela come volete, ma lo “screaming” sprezzante del pur talentuoso
vocalist di Porto Rico in “
Lightning strikes again”, “
Paris is burning” e “
It's not love” lascia abbastanza perplesso chi è strenuamente devoto al modo in cui il leggendario
Don ha contribuito fattivamente a rendere i brani veri monumenti di raffinato
class-metal.
Altrove, forse anche per un livello d’affezione leggermente inferiore, i paragoni diventano meno pressanti, rendendo giustizia a “
River of love” (qui ancora più “perversa” …), alla Dokken-
esca “
Hell child”, all’avvolgente “
Rain”, alla poderosa “S
treet fighting man” e alla stessa
title-track di quell’acclamato debutto.
Lodando, come di consueto, il portentoso
guitar-work di
Lynch e sottolineando la solidità della tellurica sezione ritmica
Gulino /
D’Anda, rileviamo una buona versione dell’
hard-blues strisciante "
No good” (chissà se i
die-hard fans di
Mason saranno dello stesso parere …) e ci “sorprendiamo” per la presenza di "
Let the music be your master” (dal controverso “
Smoke and mirrors”), peraltro ben inserita nel clima generale dell’opera.
La “stradaiola” “
Caught up” e la Van Halen-
iana “
Time after time”, prelevate dal penultimo “
Babylon”, svincolano
Colon da confronti “scomodi” e confermano le buone qualità del
songbook più recente dei
Lynch Mob, in grado di non “sfigurare” (troppo) neanche se accostato in maniera esplicita al passato del gruppo.
“
The final ride” è dunque una pregevole testimonianza dal vivo di ciò che sono “oggi” i
Lynch Mob, nell’attesa di capire quello che saranno “domani”, sempre pilotati da uno dei chitarristi più carismatici e seminali dell’intera “scena”, a quanto sembra non ancora pronto alla dismissione definitiva del prestigioso marchio artistico.