È abbastanza comune, soprattutto per chi ha qualche anno di militanza
rockofila alle spalle, condire le discussioni musicali con le classiche “rimembranze”, confrontandosi (o “sfidandosi”, talvolta …) sulla storia dell’
hard n’ heavy, sciorinando la partecipazione attiva ai vari eventi musicali o decantando le circostanze che hanno condotto alla scoperta di gruppi e dischi.
Ebbene, questo è uno dei casi in cui posso esibire con soddisfazione un
altisonante “
io c’ero” … c’ero quando la
Frontiers si occupava “solo” di distribuire il
rock melodico a livello europeo, e poi ho accompagnato con entusiasmo la sua trasformazione in una delle etichette fondamentali del genere, acquisendo credibilità e arrivando a sfoggiare un
roster internazionale davvero invidiabile.
Un risultato francamente “imprevedibile”, per di più se consideriamo che il tutto si è svolto partendo da una nazione priva di una tradizione musicale specifica e anzi spesso dileggiata nei tentativi di costruzione di una propria “scuola” melodica.
Sono passati trent’anni da quando quell’iniziativa visionaria e apparentemente “folle” ha preso corpo in una stanzetta di Napoli e grazie ad abnegazione, ambizione e competenza ha finito per conquistare il “mondo” (la
label ora ha sedi nel Regno Unito e negli USA, estendendo altresì, tramite le divisioni
FLG e
BLKIIBLK, la sua produzione a formule stilistiche più estreme e alternative).
L’esigenza di celebrare un percorso così impegnativo e appagante si estrinseca oggi in questo “
Frontiers XXX anniversary”, voluto fortemente dal fondatore dell’etichetta
Serafino Perugino ed affidato alla produzione di
Aldo Lonobile (responsabile
A&R in Europa), il quale contribuisce anche in sede esecutiva assieme ad una prestigiosa coalizione di musicisti (
Alessandro Mammola,
Andrea Arcangeli,
Cristian Timpanaro,
Alessio Lucatti,
Antonio Agate,
Alfonso Mocerino e
Fortunato Grillo).
La scelta di onorare l’importante traguardo selezionando un certo numero di brani ritenuti “iconici” (e per alcuni di essi tale designazione è abbastanza discutibile …) dalla
Frontiers, consegnandoli in gran parte alle interpretazioni di
vocalist appartenenti alla “nuova generazione” (con il solo
Robin McAuley, in pratica, a rappresentare la categoria dei “veterani”) dei suoi affiliati, per certi versi può apparire un “azzardo”, e sono certo, per esempio, che non mancheranno le perplessità sulla prestazione di
James Robledo (Robledo, Sinner’s Blood) nell’inibitorio “monumento” dei Journey “
Separate ways”.
Nonostante l’impegno e le notevoli qualità del cantante cileno, questa versione del brano soffre fatalmente di una carenza di
pathos, così come la pur grintosa
Cassidy Paris può fare poco per fronteggiare adeguatamente il duopolio vocale
Soto /
Mårtensson in “
Watch the fire” dei W.E.T.
“
Weight of the world” degli Harem Scarem, nelle “mani” di
Karmen Klinc dei Venus 5, perde qualcosa in fatto di “virile” tensione espressiva ma non dispiace, mentre piuttosto efficace si rivela la rilettura di “
Viva la victoria” affidata a
Dyan Mair, facilitato dal carattere
anthemico e “dirompente” dell’
hit degli Eclipse.
Stina Girs degli Unen si disimpegna con una certa disinvoltura nell’enfatica “
Hypocrisy” dei Nordic Union, e anche
Ronnie Romero, in “
Edge of tomorrow”, tutto sommato, “regge” senza troppi imbarazzi il confronto con un certo
Joe Lynn Turner, che guarda caso ha sostituito dietro il microfono dei Sunstorm, artefici originali del pezzo.
Tra i più persuasivi, in riletture piuttosto affini alle loro peculiarità espressive, si segnalano
Santiago Ramonda (Stormwarning, Ramonda), impegnato con profitto in “
Love will set you free” dei Whitesnake,
Tezzi Persson (Hell In The Club, Venus 5) nella sinfonica “
Songs that night sings” firmata The Dark Element e
Nicklas Sonne (Defecto, Aries Descendant), che gestisce con la consueta “agilità” artistica la poderosa “
Down from the mountain” targata Allen / Lande.
Le maggiori “difficoltà”, invece, le riscontrano
Fabio Caldeira (Maestrick), surclassato dal paragone con le coloriture timbriche di
Michael Kiske nella radiosa “
My guardian angel” dei Place Vendome,
Mattias Olofsson (Grand, Seventh Wonder) un po’ “fuori ruolo” nella vitalità Journey-
esca di “
When the heartache has gone” dei Revolution Saints e pure
Giorgia Colleluori (IT'sALIE), che non riesce del tutto a imprimere a “
No more hell to pay” degli Stryper il suo
trademark.
L’ultima notazione è riservata a “
Little drops of heaven” dei Pretty Maids, isolata dal resto della scaletta perché costituisce uno dei pochi casi in cui la
performance di
Robin McAuley appare abbastanza opaca e, in ogni caso, non all’altezza di quella di
Ronnie Atkins.
In conclusione, dopo aver incensato la
Frontiers Music per come ha saputo conquistare, a dispetto di tanti “scetticismi” e invidie varie, un ruolo predominante nella scena melodica mondiale, diciamo anche che il trentennale poteva forse essere celebrato in maniera migliore … quando si è invitati ad una festa di compleanno così speciale, tuttavia, non si può essere troppo “severi” nel giudizio, partecipando all’avvenimento, anche se magari non esattamente “memorabile”, con complicità e approvazione.