Copertina 7,5

Info

Anno di uscita:2026
Durata:41 min.
Etichetta:Apollon Records

Tracklist

  1. HAVEN
  2. MR FEAR
  3. BITCHCRAFT
  4. TOO WORN TO TELL
  5. QUIET FLOWERS
  6. A MILLION YEARS
  7. WORTHLESS MEN
  8. ARCADIC FREEWAY
  9. RED ROAD

Line up

  • Marius Aasen Moe: vocals, guitar
  • Henrik Solheim: guitar
  • Robert Johansen: bass
  • Jøran Mjelde: drums

Voto medio utenti

Non credo che nessuno possa negare l’impatto di Magnus Pelander sulla scena hard-rock.
La sua riscoperta di certe antiche tradizioni sonore e la loro (ri)codifica, attraverso una miscela piuttosto peculiare di doom, psych e folk, ha certamente generato un importante processo emulativo, da accogliere con interesse quando si trasforma in un’entità espressiva virtuosa come accade nel debutto dei norvegesi Purple Skies.
Più vicino alla sensibilità musicale dei “cugini” svedesi (aggiungiamo, oltre ai Witchcraft, anche Graveyard e Burning Saviours all’elenco dei gruppi in “sintonia” con i nostri …), il quartetto di Bergen sforna infatti un disco piuttosto affascinante, capace di evocare gli algidi panorami nordici e le sue leggende millenarie, mescolando tensione crepuscolare e struggente malinconia, ben pilotate dalle narrazioni ciondolanti e sofferte di Marius Aasen Moe.
L'albo in realtà si apre con lo strumentale visionario ed “ellittico” “Haven”, a testimonianza di quanto siano importanti le architetture musicali per i Purple Skies, sempre piuttosto curate e mai banali anche quando, nelle spire proto-doom di “Mr. fear” e nelle fosche e arcane melodie di “Bitchcraft”, il suggestivo cantato di Moe completa il fascinoso quadro espressivo, capace di avvolgere l’astante in un vortice di brumoso turbamento emotivo.
Too worn to tell” esplora il lato più folk dei norvegesi, abilmente impastato con l’elettricità liturgica del doom, in un brano che meglio di altri identifica l'essenza artistica della band, replicata con un pizzico di minore efficacia nella successiva “Quiet flowers”, in ogni caso alimentata da un pathos parecchio coinvolgente.
Con la title-track dell’opera il sound diventa maggiormente cupo e “minaccioso”, per poi schiudersi a liquide stratificazioni armoniche di notevole effetto, mentre “Worthless men” conquista per la sua magnetizzante drammaticità, rinvigorita da squarci di caligine di marca NWOBHM.
A concludere la scaletta arrivano, infine, un altro buon esempio di psych-heavy-rock denominato “Arcadic freeway” e le densità espanse di “Red road”, il pezzo più tenebrosamente evocativo di “A million years”.
Un esordio di rilievo, dunque, a cui forse manca ancora quella “scintilla” di personalità in grado di caratterizzare in maniera decisiva i Purple Skies all’interno del rockrama di riferimento … da tanti piccoli dettagli si ha l’impressione abbastanza netta che la “svolta” in questo senso sia imminente … dopo essersi abbandonati alla conturbante mestizia di “A million years”, non rimane che attendere e monitorare con attenzione la situazione.
Recensione a cura di Marco Aimasso

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