Signore e Signori, ecco a voi, il nuovo album dei
Lunar Shadow:
Preparatevi a sognare e, già che ci siete, tenete a portata di mano anche un pacchetto di fazzoletti!
Eh già, perché
The Pall Of A Past World, quarta fatica discografica della band tedesca, è un’opera di rara bellezza, commovente ed emozionante come una stella luminosa che brilla di luce propria nel grigio firmamento della sensibilità umana odierna.
Merito indubbiamente di un’innata profondità emotiva, che però, a sua volta, si sposa alla perfezione con soluzioni compositive sempre efficaci che, oltre al sentimento, badano anche al sodo, rivelandosi in ogni momento efficaci.
La band tedesca, dopo l’altalenante
Wish To Leave del 2021, è ora saldamente nelle mani del polistrumentista
Max Birbaum che, in questa occasione, si occupa praticamente di tutto, tranne che della batteria, affidata all’ottimo
Jonas Zeidler.
Il disco è composto solamente da 6 tracce ma, lasciatemi dire: CHE TRACCE!
Innanzitutto, si tratta di brani che non scendono mai sotto i 5 minuti, fino a sfiorare, in occasione della funambolica suite funale
The Sun Crusher, i 12 minuti di durata; va da sé, che le composizioni sono decisamente articolate e non seguono mai un canovaccio prestabilito, ma anzi, sono contraddistinte da soluzioni cangianti, in cui peraltro, spicca un’eleganza compositiva di rara intensità e bellezza, controbilanciata alla perfezione da un sound che, oltre a saper cullare l’ascoltatore, all’occorrenza, si rivela anche capace di risvegliarne la coscienza.
Ma soprattutto,
The Pall Of A Past World, attraverso le melodie, le linee vocali, gli arpeggi di chitarra o la hammond talvolta utilizzata per conferire ulteriore profondità al sound, sprigiona una massiccia dose di malinconia che, sebbene sia sempre stata una prerogativa stilistica dei
Lunar Shadow, ora si fa più intima e matura.
Questa enorme aura nostalgica si snoda attraverso una musicalità delicata e visionaria paragonabile, sotto certi aspetti, a certe atmosfere progressive settantiane, a cavallo tra psichedelia e sogno, senza tuttavia scivolare mai in una dimensione rarefatta fine a se stessa, ma sono inserite all’interno di un sostanzioso contesto tipicamente classic metal.
Insomma, ascoltare questo album è come compiere un delicato viaggio interiore, in cui si entra a contatto con le profondità più recondite dell’anima, dovendo inevitabilmente affrontare i demoni della propria coscienza, rappresentati da sensi di colpa, rimpianti, rimorsi e ricordi dolorosi del passato ma anche, al tempo stesso, da timori per il futuro.
Tali paure vengono abilmente trasformate in musica con disarmante naturalezza dalle alle doti compositve di
Max Birbaum capace, con il suo song-writing, di trasmettere anche quella sana dose di coraggio, necessaria per poter reagire alle avversità a cui l’esistenza ci mette costantemente difronte.
Ecco quindi che i brani, partendo dall’iniziale
The Cormorant, passando per l’immaginaria
The Ventures Of Bombadil, o per le graffianti,
The Long Sleep e
The Reveries Of God, fino a giungere alle romantiche (ma robuste),
The Red Lion e
The Sun Crusher, si dilatano, nella struttura e nelle atmosfere, assumendo le sembianze di una realtà parallela onirica, in cui l’ascoltatore, con i suoi limiti, le sue esperienze di vita, le sue speranze, ma soprattutto, con la sua dignità, diventa il centro di tutto, sentendosi perfettamente rappresentato.
The Pall Of A Past World è un’opera d’arte che trascende dal metal (pur essendo decisamente metal, non temete) e forse, molto più in generale, dalla musica.
Qui dentro c’è tutto: romanticismo, estasi, delicatezza e tantissimo cuore, ma anche, sostanza e determinazione. I
Lunar Shadow, con questo disco, spingono l’ascoltatore a compiere un profondo tuffo nell’oceano tumultuoso della propria psiche, alla costante ricerca, non tanto di certezze, ma di un qualsiasi appiglio emotivo che gli consenta di rimanere a galla, mentre il mondo circostante, con il suo cieco cinismo, tenta costantemente di affogare le anime più sensibili.
Ora scusatemi, ma ho finito i fazzoletti.