Cosa aspettarsi dal nuovo disco solista di
Michael Sweet?
Un
album affine ai suoi Stryper, come in fondo accaduto nel precedente “
Ten”, o qualcosa di diverso?
Beh, se avete scelto la prima opzione è sicuro che “
The master plan” vi deluderà, in caso contrario il mio consiglio è di (almeno) provare a testare questa dissertazione del cantante americano in ambiti musicali acustici e intimi, in cui spesso ci si trova a dover affrontare una sorta di un connubio tra
rock e
gospel.
Alimentato dalla ben nota ricerca spirituale e religiosa,
Michael affida al suo nuovo lavoro la passione per i
sixties e per invocazioni sonore non lontane dal concetto di
spiritual, declinato in maniera “aggiornata” e in ogni caso sempre abbastanza incisivo.
Un “messaggio” fatto di speranza, devozione e solennità, che forse non sarà pienamente “compreso” da tutti i suoi estimatori, ma che personalmente ho trovato abbastanza appassionante ed emozionante, tenendo anche conto delle recenti vicissitudini di salute (tumore alla tiroide) che
Sweet sta fronteggiando con ammirevole forza d’animo.
Ciò non rende “
The master plan” un “capolavoro della musica” e anzi, a volte la tentazione dello
skip è in agguato, e tuttavia nei suoi momenti migliori la raccolta concede la necessaria redenzione ad un’opera che, complessivamente, trasmette all’astante un benefico senso di positività, conforto e purezza.
Esattamente le sensazioni che comunica, con il suo arrangiamento orchestrale e celestiale, la
title-track dell’albo, mentre “
Lord” aggiunge un intrigante impulso d’estrazione
soul al contesto sonoro, prima che “
Stronger” attenui un po’ la gradevolezza d’ascolto con una melodia soave e
poppettosa, non particolarmente “impressionante”.
Decisamente più interessante e coinvolgente si rivela “
Eternally”, una ballata intensa, dai tratti espressivi vagamente “attualizzati”, ottimamente pilotata dalla sentita interpretazione di
Sweet.
“
You lead I'll follow” aggiunge un opportuno pizzico di briosa spigliatezza alla scaletta, e se “
Desert stream” e “
Faith” lambiscono terreni
country con esiti rispettabili e “
Believer” mescola il
blues-rock dei Rolling Stones con le armonie vocali del Mersey Beat, “
Again” riprende a solcare apertamente climi liturgici e “
Worship you” celebra l’ultimo atto di “
The master plan” attraverso un catartico ed energico crescendo emotivo, intriso di quell’invidiabile credo pieno e fiducioso che verosimilmente rende meno gravose le difficoltà del vivere quotidiano.
Come anticipato, è facile pronosticare per questa “versione” di
Michael Sweet una (legittima) accoglienza controversa, la quale, però, non può prescindere dal rispetto che si deve ad un artista di valore, coraggioso e risoluto nel propugnare le sue convinzioni.