I
Resurrected, formazione tedesca attiva sin dagli anni Novanta e ormai stabilmente inscritta nel novero delle realtà più solide del death metal europeo, hanno costruito nel tempo un’identità sonora coerente, imperniata su un linguaggio estremo che non indulge in compromessi. Con
“Perpetual” (
Testimony Records,10 aprile 2026), ottavo capitolo della loro traiettoria discografica, il gruppo ribadisce con decisione la fedeltà alle direttrici stilistiche che ne hanno orientato l’estetica fin dagli esordi, evitando deviazioni opportunistiche o aggiornamenti di facciata.
Ci troviamo dinanzi a un death metal furibondo, attraversato da un tasso tecnico considerevole, che si colloca idealmente nel solco tracciato da realtà quali
Malevolent Creation,
Deicide,
Morbid Angel e, nei frangenti in cui la scrittura si addensa in territori più brutali e serrati, anche dagli
Hate Eternal. Tuttavia, l’operazione non si riduce a un mero esercizio di filiazione: l’assimilazione di tali modelli si traduce in una sintassi personale, in cui la violenza sonora è disciplinata da un controllo formale rigoroso.
L’architettura dei brani si presenta tortuosa, talora labirintica, ma mai dispersiva: le strutture, pur articolate e ricche di snodi, non smarriscono una certa linearità di fondo. Il disco riesce così a bilanciare un elevato coefficiente tecnico con un’immediatezza primigenia, un impatto quasi viscerale che cattura l’ascoltatore senza scadere nell’autocompiacimento virtuosistico. La tensione fra complessità e fruibilità è gestita con equilibrio, e proprio in questa sintesi risiede uno dei maggiori punti di forza dell’opera.
“Perpetual” richiede ascolti reiterati per essere pienamente interiorizzato: la densità compositiva e la stratificazione del riffing esigono attenzione. Cionondimeno, la durata relativamente contenuta del lavoro ne facilita l’assimilazione, consentendo una fruizione ripetuta senza appesantimenti.
Se si volesse individuare un margine di miglioramento, lo si potrebbe ravvisare in una maggiore presenza di snodi melodico-ritmici capaci di fungere da veri e propri “ganci” mnemonici, tali da accrescere ulteriormente la memorabilità complessiva. Ma si tratta di una riserva minima rispetto a un risultato di livello indiscutibilmente elevato.
Nel complesso, un album concepito e realizzato con notevole perizia, che testimonia la piena maturità espressiva della band e la sua capacità di muoversi, con autorevolezza, entro i sentieri più impervi del death metal contemporaneo.
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