Nella scheda di presentazione del disco si avvisa l’ascoltatore che “
Karakuchi” non è da “prendere troppo sul serio”.
Beh, non sono per niente d’accordo, perché il quinto (!)
full-length dei finnici
Kaleidobolt è invece una “roba” serissima, almeno dal punto di vista dell’ispirazione espressiva e dell’immaginazione artistica, basata su un approccio libero e viscerale alla dottrina sonora di natura
prog /
psych /
stoner.
Poi, come afferma il bassista e cantante della
band Marco Menestrina, il tutto è filtrato attraverso il “ghigno beffardo” di un trio che, magari senza avere la pretesa di offrire radicali sovvertimenti stilistici, dimostra di possedere il vigore e l’intelligenza per sfruttare un’ampia gamma di soluzioni armoniche, stratificandole con il supporto di turbolente partiture ritmiche.
Un orientamento che sono convinto piacerà agli ammiratori di
Josh Homme, anche se in realtà tutto sembra iniziare dallo studio intraprendente dell’
acid-space-rock di Hawkwind e Captain Beyond, dell’impeto implacabile dei Motorhead e del
proto-metal di Blue Cheer e Sir Lord Baltimore.
Gruppi da cui, nella lunga
Storia del Rock, hanno attinto in molti ed ecco che acquisire anche indicazioni dalla parabola artistica di Queens of the Stone Age, Clutch e persino Arctic Monkeys non appare una cattiva idea, se poi i risultati sono quelli apprezzabili nell’opera in questione.
L’inizio è abbastanza “ordinario” e tuttavia anche dall’approccio irruento e incalzante di “
Tinkerbell” si capisce che i
Kaleidobolt la materia la dominano con innata intensità, la stessa che alimenta l’impetuoso andamento di “
Lights on, nobody home”, in cui a tratti affiorano bagliori melodici di certi Masters Of Reality.
Con “
Coping” la questione comincia a farsi più “complessa”, incorporando nell’impasto musicale aromi latini e psichedelici e stacchi obliqui e nervosi, avvolti in strutture musicali stralunate ed affabili, che sfociano in una straniante cavalcata sonica denominata “
Astro boy / Ochanomizu” (ripresa brevemente in coda all’albo), abilmente sostenuta da un convulso dedalo percussivo e da chitarre frastagliate e smaniose.
Il clima plumbeo e i
riff granitici di “
Duuude” conducono la raccolta nelle paludi dello
stoner-rock, mentre “
Friends of fire” mescola aggressività
punk con estasi
psych, in una sorta di
mix tra QOTSA e Foo Fighters parecchio riuscita.
L’
hard-blues circolare e seducente di “
A chance of a lifetime” mi consente di eleggere il mio personale
best in class di “
Karakuchi”, un disco che con la sincopata “
Turn of luck” sancisce ulteriormente l’irrequieta vocazione dei suoi autori, capaci di attingere con buongusto anche dall’impeto epico dei The Who per esporre all’astante la loro “versione dei fatti”.
“Secco e pungente” come il gusto (utilizzato per la birra giapponese
Asahi Super Dry) da cui prende il suo titolo, l’
album offre una “sorsata” di freschi contrasti sonici che sono certo sapranno abbinarsi felicemente con le esigenze sensoriali degli estimatori del settore...
cheers!
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