I
Lycanthro si sono formati una decina di anni fa ad Ottawa, la capitale del Canada che si trova nella provincia dell'Ontario, e a leggerlo non posso trattenere un po' di piacevole nostalgia nel ripensare alle avventure del Comandante Mark e dei suoi "Lupi dell'Ontario".
Ma su "
Remnants of Rapture" non ci sono riferimenti alla Guerra d'Indipendenza Americana e alle lotte contro le Giubbe Rosse britanniche, infatti, siamo alle prese con un Classic Heavy Metal che non ha alcuna remora nell'accompagnarsi tanto con il Power quanto con lo Speed Metal di stampo europeo. Si tratta del loro secondo album, che segue a distanza di quattro anni l'esordio "Mark of the Wolf", che era stato preceduto da un Demo e poi da un EP, inoltre la formazione canadese aveva trovato anche il tempo di partecipare all'onesto "Wild Privateers: An Underground Tribute to Running Wild" (uscito su Tape nel 2021) dove avevano coverizzato - senza però entusiasmare - "Port Royal".
Tornando al presente e ascoltando il nuovo album è subito evidente come i
Lycanthro siano decisamente migliorati rispetto agli esordi, con il chitarrista e cantante
James Delbridge (ad oggi l'unico membro originale) che con il tempo ha via via messo a fuoco il proprio approccio vocale, anche se quando prova a salire su tonalità (troppo... per lui) alte rischia di sbandare, e andando a sfrondare qualche passaggio ridondante. Infatti, i brani di "
Remnants of Rapture" sono più incisivi rispetto al passato, a partire proprio da "
Iris", un Heavy/Power melodico e scattante dove si possono cogliere tracce di band come Stratovarius, Edguy o Orden Ogan. Ecco poi fare capolino "
Far Beyond the Walls", con quel riff ed un passo che molto deve ai Running Wild, che conferma i miglioramenti da parte di
Delbridge. Decisamente più ruvida la seguente titletrack, incalzata dal drumming (un po' troppo meccanico) di
Kyle Summers e dalle chitarre della coppia formata da
Andrew Stout e
Delbridge, con quest'ultimo che in qualche frangente pare farsi "hetfieldiano". Si cambia atmosfera con la più ragionata e dal maggior tasso melodico "
Cry Silver", un episodio anthemico che scopro davvero ben riuscito. Largo spazio alle melodie anche sulla ballad "
Prison Eyes" che deve sicuramente molto ai Blind Guardian, per poi tornare a correre con la powereggiante "I
n Demon Light" e l'articolata "
The Great Masquerade", dove troviamo come ospite la voce grintosa di
Laura Guldemond, frontwomen delle Burning Witches. Altro brano ed altro special guest: stavolta tocca al loro connazionale ed ex Iced Earth
Stu Block, peccato però che "
Night of the Parasite" si perda un po' per strada lungo troppi cambi di tempo e soluzioni forzate. Molto meglio la conclusiva "
Solaris (Memories in Time)", introdotta dalle note del vivace pianoforte e dalle orchestrazioni dell'interludio "
Lost Jerusalem", che è un po' la sintesi della proposta del quartetto canadese, con quegli scatti e vocalizzi corali che tanto sanno di Kamelot ed una velocità esecutiva alla Dragonforce e soprattutto un'altra prova brillante da parte di
Delbridge.
You... should not lock the open door! Fullmoon is on the sky and he's not a man anymore.
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