Con
"Soulless Abominations" (
Dusktone), i toscani
Handful of Hate non introducono una frattura, ma riprendono e consolidano un percorso che la band porta avanti sin dai primissimi anni, in particolare da
"Hierarchy 1999", secondo capitolo della loro discografia e vero punto di svolta rispetto al debutto. È da lì che il gruppo ha progressivamente abbandonato un Black metal più melodico ed estroso per orientarsi verso una forma più compatta, brutale e velocistica, fondata sulla potenza d’impatto e su una scrittura essenzialmente brutale. Anche se a dire il vero, non sono mai mancati gli sperimentalismi e le oscillazioni, basti pensare all'uscita precedente a questa,
"Adversus", che si muoveva anche su contorni dissonanti e avanguardistici.
Il riferimento alla tradizione scandinava, con
Marduk e
Dark Funeral come coordinate evidenti, è qui del tutto esplicito, ma mai passivo. Il disco si muove infatti lungo quella direttrice con un suono robusto, pieno, perfettamente adeguato ai tempi, senza snaturare l’identità peculiare della band. Non si tratta di un semplice esercizio di stile: gli stilemi classici vengono rivitalizzati attraverso una gestione intelligente delle dinamiche, con cambi di ritmo frequenti, accelerazioni improvvise e rallentamenti che spezzano la linearità più oltranzista.
Nonostante la durezza complessiva della proposta, il lavoro è attraversato da innervazioni melodiche sottili ma efficaci, capaci di rendere l’ascolto più articolato e coinvolgente. Di frequente emergono con forza anche tessiture sinfoniche altisonanti che strizzano l'occhio agli
Emperor, benché mai invadenti, inserite con misura e capaci di amplificare l’atmosfera senza snaturare l’impianto ferocemente nero del disco.
È evidente che
"Soulless Abominations" non ambisca a dire qualcosa di nuovo nel panorama del Black metal. Ma, come da tradizione per gli
Handful of Hate, ciò che viene proposto è eseguito con un livello di solidità, coerenza e convinzione assolutamente esemplare. Dopo oltre trent’anni di attività e otto full-length, la band dimostra ancora una volta di saper incarnare il Black metal duro e puro, senza concessioni, e altresì con una maturità compositiva che evita ogni forma di sterile ripetizione.
Ne risulta un’uscita forte, compatta e credibile, perfettamente calata in tempi che non sono affatto concilianti, e proprio per questo ancora più efficace. Un macigno che riconferma lo status di culto degli
Handful of Hate: una delle realtà più affidabili e rispettate della Fiamma europea.
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