Copertina 6,5

Info

Anno di uscita:2007
Durata:56 min.
Etichetta:Magna Carta
Distribuzione:Edel

Tracklist

  1. LONELINESS
  2. I'VE LOST MY FAITH
  3. SPIRITUAL JEWEL
  4. WORNG WORDS
  5. THUNDERSTORM
  6. VAMPIRE
  7. TURN THE PAGE
  8. PROPHECY
  9. THE JOURNEY
  10. STUCK (BONUS TRACK)

Line up

  • Marcelo Barbosa: guitars
  • Alìrio Netto: vocals
  • Michel Marciano: bass
  • Bruno Wambier: keyboards
  • César Zolhof: drums

Voto medio utenti

Ci sono differenti tipi di band derivative: bisogna distinguere bene. Ci sono formazioni che staticamente riprendono/plagiano le idee di altri gruppi, e ci sono musicisti che si rifanno a idee di altri più o meno nella stessa maniera di prima, ma che in un modo o nell'altro, chissà come e chissà perché, riescono a ritiagliarsi un proprio spazio, magari un po' limitato, ma che a ben guardare c'è e fa sperare per il futuro. Quest'ultimo è proprio il caso dei brasiliani Khallice, adepti del progressive metal di scuola classica, Dream Theater epoca "Images&Words"-"Awake" (e tutto ciò che ne è derivato) per intenderci, che giungono con questo "The Journey" al loro debut-album. O meglio, ci erano già arrivati circa tre anni fa, in quanto questo disco, benché riceva solo oggi l'onore della "worldwide release" grazie alla Magna Carta, in realtà era già stato pubblicato qualche anno fa in Brasile sotto un'altra etichetta.
Passando all'analisi del disco, si nota subito, già all'ascolto dell'opener "Loneliness", di quanto possano essere imbarazzanti i richiami alla band e agli album citati in apertura: per esempio, a una sezione strumentale centrale che sembra scritta sulla falsa riga di quella di "Take The Time" dei Dream Theater, si contrappone un finale cantato che, per il feeling e per l'idea di concludere con una strofa dinamica e melodica una sezione strumentale complessa e dal retrogusto funky, farà tornare alla mente il finale della dreamtheateriana "Metropolis Pt.1" (canzone che a onor del vero viene quasi fatta a pezzi e distribuita un po' qua e un po' là, lungo tutto il resto del disco). E ancora: la timbrica del cantante Alìrio Netto fa sorgere il dubbio che a cantare non sia in realtà lo stesso James Labrie. Senza contare il drumming e il gusto con cui sono scritti gli assoli, tutti debitori della Portnoy&Petrucci Inc. .
Se queste sono le premesse, verrebbe da pensare che l'album sia pronto per essere cestinato e la band dimenticata.
I Dream Theater, tuttavia, benché a quanto pare costituiscano la stella polare della carriera artistica dei Khallice, non sono l'unico riferimento dell'album. Vengono in mente anche Angra e Shaaman, per via sia del singer (ancora lui) che quando abbandona i panni del Labrie carioca costruisce linee melodiche molto vicine a quelle di André Matos ("Spiritual Jewel"), e sia per gli assoli del chitarrista Marcelo Barbosa, il quale, anche lui quando vuole, ricorda lo stile di Kiko Loureiro (tra l'altro Marcelo suona chitarre Tagima, endorser storico dello stesso Kiko). Si possono poi citare anche i Vanden Plas (cfr. "Turn The Page", caratterizzata anche da un'intro pinkfloydiano, e "Thunderstorm", soprattutto sulla prima strofa), per arrivare a reminiscenze faithnomoriane, epoca "The Real Thing", su "The Prophecy", a timidi richiami ai Megadeth in "I've Lost My Faith", e infine a rimandi ai Conception nella bonus-track conclusiva "Stuck".
Strano a constatarsi, ma tutte queste "ispirazioni", per il modo in cui sono ricombinate, riproposte e lievemente rielaborate, riscattano in parte il giudizio sull'album inizialmente formatosi, e fanno capire che forse i Khalice, per ora ancora largamente (per alcuni di certo fastidiosamente) derivativi, in futuro potranno forse riuscire a creare una proposta tutta loro. Perché tra i riff, le melodie e le strutture di "The Journey" è in effetti possibile trovare le fondamenta di una personalità artistica oggi ancora immatura e deboluccia, ma che non ci pare il caso di sottovalutare. I brasiliani dimostrano peraltro buone doti di songwriting e una padronanza strumentale non indifferente, in un disco che quando serve ha il tiro giusto e il giusto talento melodico - manca "solo" quel quid artistico in più, che sicuramente è il discrimine tra band trascurabili e band degne di nota, ma che in questo caso non è escluso possa arrivare.
Questo, se non altro, è l'augurio che facciamo ai cinque di Brasilia.
Recensione a cura di Enzo Pignataro

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