Copertina 7

Info

Anno di uscita:2021
Durata:43 min.
Etichetta:Heavy Psych Sounds

Tracklist

  1. EVOCATIONIS (INTRO)
  2. THE CHOSEN ONE
  3. BLOODLINE
  4. BLACK VOID
  5. INFERNO
  6. PRIESTESS OF DEATH
  7. SEVEN PRIESTS
  8. IN REQUIEM

Line up

  • Marco Nieddu: guitar, vocals
  • Francesco Pintore: bass
  • Gabriele Fancellu: drums, backing vocals

Voto medio utenti

Il 13 giugno 1782 la cittadina svizzera Anna Göldi, dopo essere stata torturata e condannata dal consiglio evangelico locale, pur continuando a professarsi innocente fu ghigliottinata a Glarona, capitale del cantone omonimo. Era accusata di essere una strega ed una avvelenatrice e di aver gettato il malocchio su una bambina di sette anni. Questa fu l'ultima condanna a morte per stregoneria in Europa.
Il nome scelto dal trio sassarese per il proprio progetto musicale, parte appunto da questo episodio storico. E vuole rappresentare una sorta di omaggio alle centinaia di donne uccise nel corso dei secoli per "stregoneria", dalla mentalità bigotta promossa da una radicalizzazione fanatica del credo religioso.
Nello spazio di poco più di tre anni la formazione nostrana è già considerata un talento emergente in ambito doom-sludge. Nel 2019 il primo album omonimo, poi lo split con gli Acid Mammoth ("Doom sessions vol.2") ed ora questo nuovo "From the graveyard", sempre per Heavy Psych Sounds.
Oscurità funesta, occultismo, pesantezza ed atmosfera lugubre e cimiteriale, sono le caratteristiche portanti dello stile dei nostri connazionali. Un post-doom ferale, imbastardito con lo stoner-fuzz più ritualistico, sul genere di Electric Wizard, Ramesses, Acid Mammoth.
Sound molto heavy, sulfureo, con linee vocali sinistre ed alienanti, i sette brani (più breve intro) avanzano lenti e massicci tra lontane radici Sabbathiane e moderna tossicità neo-sludge. La estesa "Bloodline" è la precisa sintesi di queste due componenti: un incedere cavernoso e malato, ritmiche rallentate, basso feroce, fuzz-riff rugginosi e vocals inquietanti ed horrorifiche, un bignami riassuntivo dell'intero filone musicale. L'ossessività e l'opprimenza della musica vanno ad alimentare un'atmosfera narcotica e drogata simile, ad esempio, a quella di vecchie conoscenze come Bongzilla o Weedeater.
Gli otto minuti di "Black void" sono, se possibile, ancora più marci e sfibranti. Un Gargantua lumachesco, denso e nero come la pece. Roba per gente abituata a farsi schiacciare dal peso di una gravità heavy da "blackhole" spaziale. Sicuramente il trio sardo ambisce, con pieno merito, a conquistare una posizione di rilievo tra i pesi massimi dello sludge contemporaneo.
Se però vogliamo individuare un limite alla dimensione di questo album, è una certa monotematicità della proposta. Col passare dei minuti si sente l'esigenza di qualche soluzione differente, di variazioni, di uno stacco dall'instancabile procedere colloso e mammutesco. La stessa "Priestess of death" che dopo un paio di minuti introduce un bel riffone saturo ed Electric Wizard-iano, si perde poi nella reiterazione dello stesso in maniera un pò monotona. Più acide e funebri le seguenti "Seven priests" e "In requiem", ma il canovaccio rimane costante: riff plumbei, cadenze marmoree, vocals ritualistiche e luciferine, groove fangoso ed ipnotico.

Bravi nel loro genere, ma si può fare ancora meglio. Un lavoro massiccio come una montagna, ma alla lunga un poco tedioso. Ora che si sono ritagliati un certo seguito mediatico, dai 1782 mi aspetto quel salto di qualità che ancora manca.

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