Ten - The Twilight Chronicles

Copertina 6,5

Info

Anno di uscita:2006
Durata:70 min.
Etichetta:Frontiers Records
Distribuzione:Frontiers

Tracklist

  1. I – THE PROLOGUE II – ROME
  2. THE CHRONICLES
  3. THE ELYSIAN FIELDS
  4. HALLOWED GROUND
  5. THIS HEART GOES ON
  6. OBLIVION
  7. THE TWILIGHT MASQUERADE
  8. TOURNIQUET
  9. BORN TO THE GRAVE
  10. I – WHEN THIS NIGHT IS DONE II – THE EPILOGUE

Line up

  • Gary Hughes: vocals
  • Chris Francis: guitars, bass
  • John Halliwell: guitars
  • Paul Hodson: keyboards
  • Frank Basile: drums

Voto medio utenti

C’è chi lo ha definito come l’erede di David Coverdale, chi semplicemente come uno dei più geniali songwriters di rock melodico che la storia ricordi, chi ha voluto vedere in lui un mostruoso caso di stacanovismo musicale, ma per quanto mi riguarda, Gary Hughes avrebbe semplicemente bisogno di un lungo, possibilmente lunghissimo periodo di vacanza. Prenda moglie e figli e se ne vada a tempo indeterminato ai Caraibi, alle Maldive o dove cavolo vuole. Prenda il sole, legga, si rilassi, faccia un po’ quello che vuole, basta solo che non tocchi uno strumento e provi a scrivere qualcosa…
Giuro che sono proprio l’ultima persona al mondo che avrebbe voluto scrivere una cosa del genere, ma Gary Hughes è davvero alla frutta. E’ cominciato tutto con “Once and future king”, quella rock opera in due parti che doveva essere la sua consacrazione e che si è invece rivelata contro ogni aspettativa come un pesante passo falso. Dopo di questo, due dischi (“Far Beyond the world” del 2002 e “Return to Evermore” del 2004) piatti e mortalmente noiosi, che avrebbero dovuto probabilmente chiedere scusa di avere il logo dei Ten stampato in copertina.
Se consideriamo il precedente “Babylon”, del 2000 come un buon lavoro di transizione e nulla più, allora dovremo ammettere sconsolatamente che quella che è stata osannata da più parti (e a ragione direi!) come una delle più grandi band AOR della scena europea, non fa niente degno del proprio nome dal 1999 (quel capolavoro che risponde al nome di “Spellbound”).
La dipartita di Vinny Burns ha senza dubbio pesato (lo si era visto nel non molto riuscito tentativo di svecchiare i classici del passato nel doppio “The essential collection”, uscito all’inizio dell’anno), ma non è stata l’unica causa: quando in una band c’è un solo compositore principale prima o poi bisogna mettere in conto qualche piccolo incidente di percorso…
“The Twilight Chronicles”, l’ottavo lavoro in studio di Hughes e compagni, non riesce purtroppo a rassicurarmi sul loro stato di salute e nonostante sia decisamente migliore dei due predecessori (questo è giusto scriverlo chiaramente!), non riesce affatto a restituirci quella band stellare che avevamo avuto modo di ammirare sui primi quattro dischi.
E’ da apprezzare un certo tentativo di recupero di quelle sonorità epiche e celtiche che la facevano da padrone in particolare su “The name of the rose” e “The robe” e bisogna ammettere che il buon Gary questa volta ha azzeccato qualche melodia in più, soprattutto nei ritornelli, che ultimamente sembravano essere diventati il suo tallone d’Achille.
Alla fine canzoni come “The chronicles” (ispirato al noto ciclo fantasy di C. S. Lewis, arrivato recentemente anche sul grande schermo), “Oblivion” o “The twilight masquerade” risultano episodi piuttosto ben riusciti, se pur molto lontani dal livello di certi classici, ed è anche piacevole constatare come le uniche due ballate del disco (“This heart goes on” e la conclusiva “When this night is done”) siano finalmente pregevoli, romantiche al punto giusto ma mai stucchevoli, indubbiamente tra le cose migliori fatte dai Ten negli ultimi anni.
Peccato solo che nel suo insieme anche “The twilight chronicles” non si sottragga a quella pesantezza ed eccessiva macchinosità che sembra aver attanagliato il biondo singer in tempi recenti. Canzoni troppo lunghe, lente nei ritmi e nello sviluppo, ripetitive nella struttura (“Hallowed ground” fa venire voglia di spaccare lo stereo, non sto scherzando!) che, anche nei momenti migliori, non possono che sfiancare persino l’ascoltatore più fanatico.
Si sente la nostalgia di quegli episodi immediati, che nell’arco di quattro, massimo cinque minuti di durata, sapevano andare dritti al cuore con la violenza di un uragano: che a Gary Hughes ultimamente piaccia un po’ troppo il suono della propria voce?
Nell’attesa di trovare una risposta, magari già col prossimo lavoro in studio, consoliamoci pensando che i britannici hanno comunque fatto un leggero passo avanti: certo, da loro ci si aspetta molto di più, ma date le circostanze non mi sembra il caso di lamentarsi…
Recensione a cura di Luca Franceschini

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