Copertina 8

Info

Anno di uscita:2011
Durata:49 min.
Etichetta:Roadrunner Records

Tracklist

  1. I AM HELL (SONATA IN C#)
  2. BE STILL AND KNOW
  3. LOCUST
  4. THIS IS THE END
  5. THE DARKNESS WITHIN
  6. PEARLS BEFORE THE SWINE
  7. WHO WE ARE

Line up

  • Robb Flynn: vocals, guitars
  • Adam Duce: bass
  • Dave McClain: drums
  • Phil Demmel: guitars

Voto medio utenti

I AM DEATH, I AM HELL.

Si apre così, con un Robb Flynn in versione feral-mortifera, uno dei dischi da me più attesi del 2011, ovvero il ritorno sulle scene dei Machine Head, croce e delizia di un numero spropositato di fans in tutto il mondo, capaci col tempo di diventare abili cavalieri dei trend del momento ma in grado, con “Through the Ashes of Empires”, di tornare in auge nel mio stereo con il loro tipico groove/thrash che li ha caratterizzati ad inizio carriera.

Era il lontano 2000 quando un imberbe Andrea si avvicinava al Metal attraverso l’ondata nu-metal tanto in voga a quei tempi..i gruppi che giravano nelle mie orecchie erano innumerevoli, dai Coal Chamber agli Slipknot, dai Linea 77 ai Godsmack, ma ce n’era uno in particolare che aveva attirato la mia attenzione con l’album “The Burning Red”, ovvero i Machine Head. Ora molti di voi storceranno il naso per questa mia affermazione, ma ahimè i tempi erano quelli, il disco mi piaceva parecchio (e continua a piacermi tutt’ora) e i Machine Head continuavano ad essere tra i gruppi che ascoltavo più volentieri. Poi il tempo passa, i gusti musicali inevitabilmente cambiano e ho la possibilità finalmente di recuperare “Burn my Eyes”, al che mi accorgo del vero potenziale dei Machine Head, assolutamente inespresso su “The Burning Red”, pur nella sua bontà. Il disco d’esordio degli americani è un vero e proprio capolavoro e subito diventa uno dei miei preferiti, con vere e proprie pietre miliari del gruppo quali “Old”, “Davidian” e soprattutto la splendida “A Nation on Fire”. I Machine Head intanto, dopo le milioni di giustificate critiche piovutegli in testa per l’uscita di “Supercharger”, anello debolissimo della loro discografia, sfornano nel 2003 “Through the Ashes of Empires”, che come anticipato nell’incipit riporta il gruppo sulla cresta dell’onda, abbandonando definitivamente quel movimento nu-metal ormai sull’orlo del crollo mediatico e di consensi. Un po’ per innata abilità nel leggere i cambiamenti di mercato, un po’ per l’effettiva voglia di tornare a tirar fuori gli attributi, Robb Flynn e soci, tra cui il nuovo chitarrista Phil Demmel, vecchio compagno di Flynn nei Vio-Lence, estraggono dal cilindro un disco eccellente, con diversi richiami al passato, potente e diretto senza mezzi termini, cosa che i due dischi precedenti non erano riusciti ad essere.
A distanza di 4 anni esce poi “The Blackening”, che riprende dove “Through the Ashes of Empires” aveva finito, garantendosi un posto d’onore nella discografia dei Machine Head, senza risultare però altrettanto incisivo, peccando un po’ d’ispirazione, come se consci del successo ottenuto, i Nostri si fossero seduti sugli allori.

Ecco allora che ad altri 4 anni di distanza arriva “Unto the Locust”, titolo quantomeno particolare, accompagnato da una cover tanto particolare quanto bruttina, almeno a mio modo di vedere.
Ma non lasciatevi ingannare: “Unto the Locust” infatti è l’ennesimo ritorno alle origini per i Machine Head, se possibile ulteriormente caricato di rabbia e potenza sonora, forse l’album più “veloce” della loro discografia. Allo stesso tempo però si ritaglia il suo spazio anche la componente melodica, seppur spesso mascherata dall’enorme lavoro alle chitarre e alla sezione ritmica, cosa che riesce nel non facile obiettivo di non far risultare troppo “mielose” alcune soluzioni sperimentate.
La musica dei Machine Head ha compiuto nel lasso di tempo che separa “Unto the Locust” da “The Blackening” un deciso passo in avanti, arricchendosi di elementi nuovi e sviluppando ancor maggiormente l’aspetto più groove-oriented, col risultato di canzoni granitiche che tempestano l’orecchio dell’ascoltatore dal primo al quarantanovesimo minuto, concedendo solo qualche temporaneo attimo di tregua.
Si parte fortissimo con “I am Hell”, che apre il disco in maniera perfetta, inizialmente con la ripetizione pedissequa del mantra “Sangre Sani”, sfociando poi in tutta la rabbia di Robb Flynn e dei suoi “I am Death” e “I am Hell”, tanto per chiarire qual è la direzione che il disco prenderà da li a poco. La canzone è poi il riassunto di quanto detto finora, una terribile stilettata fatta di riffoni e sfuriate di batteria, accompagnate da un Robb in grandissima forma, con la sua voce graffiante e sferzante che non si concede un attimo di pausa, fornendoci un chiaro esempio di grinta e voglia di spaccare il mondo.
Be Still and Now” continua sullo stesso piano dell’opener, dando però un po’ di più spazio alla melodia e a qualche lezioncina puramente tecnica, senza risultare però banale e noiosa, presentando anche qualche venatura metalcore affine ai primi Trivium, roba buona insomma.
Segue “Locust”, primo singolo scelto per l’album. La canzone è stata ri-masterizzata rispetto alla prima versione che girava in rete qualche tempo fa, risulta decisamente migliore sotto tanti punti di vista, ma non riesce comunque a incontrare i miei gusti, suonando ancora troppo spesso confusionaria e slegata.
Per fortuna il livello torna subito all’eccellenza con il combo “This is the End” e “Darkness Within”. La prima è praticamente un approfondimento di quanto già sentito in “Be Still and Now”, con la componente metalcore decisamente più accentuata, ricordando in alcuni tratti davvero i Trivium di “Ascendancy”, in particolare nell’ipnotico ritornello. “Darkness Within” invece è una traccia particolare, che stacca un po’ dal resto dell’album, con un’intro acustica e un proseguo decisamente melodico, anche qui in particolare nel ritornello, con Robb Flynn a suo agio col cantato pulito, fornendo la sua miglior prova in assoluto da questo punto di vista. E’ un po’ come se “The Burning Red” tornasse a fare capolino ma in maniera decisamente più riuscita, come se questi nuovi Machine Head riuscissero a trasformare in bontà anche ciò che in passato non era stato ben accolto, proprio per quel riuscito lavoro di mascheramento di cui sopra.
“Pearls Before the Swine” riprende invece il tema principale del disco senza infamia e senza lode, come un buon gregario che accompagna il gruppo alla canzone finale, “Who We Are”. E qui le note dolenti..un coretto di bambini (i figli di Flynn e Demmel) intonano lo stornello “This is who we are, this is what I am, we have nowhere else to go, divided we will stand”, subito seguiti dal buon Robb..una soluzione strappalacrime che sarebbe andata bene 10 anni fa, non ora, che risulta quindi terribilmente anacronistica e assolutamente fuori luogo. Per fortuna poi la canzone riesce a rialzarsi, seppur a fatica data la mazzata iniziale, risultando piacevole e di facile ascolto, salvo ricadere diabolicamente nel morboso duetto verso la fine, uccidendo per la seconda volta un brano che altrimenti avrebbe degnamente chiuso un ottimo disco.

Disco ottimo appunto, decisamente superiore rispetto a “The Blackening” e a mio parere appena sotto a “Through the Ashes of Empires”, seppur con le dovute differenze che ne fanno un album a suo modo unico nella discografia dei Machine Head. Io un ascolto lo consiglio a chiunque, sia ai fan più conservatori sia a quelli più aperti alle varie fasi della storia degli americani. Da facente parte della seconda categoria, “Unto the Locust” è riuscito allo stesso tempo a colpirmi e affascinarmi. Promossi!

Quoth the Raven, Nevermore..
Recensione a cura di Andrea Gandy Perlini
ottimo disco

per quanto mi riguarda è un disco che cresce con gli ascolti, nulla di nuovo ma nel caso dei machine head nulla di piu di un voto massimo gia ricevuto con gli ultimi due dischi. è un lavoro splendido, nelle composizioni e nelle performance dei 4 musicisti. poco da aggiungere, una delle piu grandi certezze del panorama metal mondiale e in assoluto uno dei dischi dell'anno. tanto di capello. ancora una volta.

Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 13 ott 2011 alle 15:22

Reputo Burn my eyes uno degli album più belli degli ultimi 20 anni....ho sempre avuto grandi aspettative quando si parla di Machine Head e mai come questa volta sono state deluse! Questo album fa letteralmente cagare! La band, da possibili condottieri del metal estremo e degni eredi degli scomparsi (perchè sono scomparsi...) Metallica si è tramutata in qualcosa di molto simile ad una "boy band del metallo"... Tutto in questo album puzza di artefatto e di fighetto. Addio cari Machine head, ci siamo giocati anche voi..

Inserito il 13 ott 2011 alle 12:24

Quasi pienamente daccordo con il Graz e molto poco con il Perlini, soprattutto visto che quest'ultimo considera "the Blackening" un livello sotto a "TTAOE". Io reputo "the Blackening" il loro capolavoro assoluto, anche migliore di "Burn my eyes", ma come dice Graz, il mondo è bello perchè è vario. All'ascolta di questo Locust nulla mi ha suscitato una particolare emozione, ma questo me lo aspettavo visto il peso del precedente lavoro!

Inserito il 12 ott 2011 alle 19:01

eh...i commenti/opinioni si riferiscono al disco in sè e per sè, non c'è modo di separarli.. cmq si capiva, grazie mille per l'intervento ;)

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