(17 febbraio 2026) Mayhem + Marduk + Immolation @ Milano

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Provincia:MI
Costo:non disponibile
Eccoci qui, di nuovo all’Alcatraz, per una bella serata all’insegna della blasfemia e del metal estremo di qualità!
Per una volta il traffico milanese si rivela clemente, tanto che riesco addirittura a far l’ingresso nel locale con largo anticipo; il primo elemento a balzare all’occhio è la sua configurazione “ridotta”, che prevede cioè l’utilizzo del palco sul lato corto.
Un peccato… per chi non c’era, posto che la serata si rivelerà davvero succulenta e ricca di soddisfazioni per i lungimiranti spettatori.

IMMOLATION
Per ottenere conferma di ciò basta attendere l’ingresso degli Immolation, che spaccano il minuto e attaccano con la notevolissima “An Act of God”.
L’impasto sonoro si rivela piuttosto caotico nelle primissime battute, con le truculente trame delle chitarre che escono dalle casse in modo piuttosto impastato; fortunatamente, la situazione migliora a stretto giro, garantendo a pezzi schiacciasassi come “Swarm of Terror” o “Majesty and Decay” una resa più che discreta.

Ammetto con un pelo di imbarazzo di assistere per la prima volta ad uno show della band statunitense, che tuttavia si pone, sulle assi del palco, proprio come immaginavo.
Riassumerei l’attitudine dei Nostri con l’espressione “nessun fronzolo”: palco spoglio; tutti vestiti sobriamente di nero, senza alcun orpello o concessione estetica; pochissime pause o discorsi tra un pezzo ed il successivo; le due asce, costituite da Robert Vigna e Alex Bouks, letteralmente inchiodate alle rispettive posizioni... quasi quanto l’ottimo Steve Shalaty (dal quale però, rivestendo il ruolo di batterista, sarebbe improprio pretendere mobilità).

Insomma, una ricetta live con pochi ma gustosi ingredienti, che si giova dell’innegabile carisma (e del potentissimo growling) di Ross Dolan, di esecuzioni feroci e precise e di una discografia tanto nutrita quanto qualitativa da cui attingere.
In una parola: sostanza.

Gli Immolation procedono dunque come treni, non hanno tanto tempo a disposizione ma lo fanno fruttare come meglio non potrebbero, proponendo una setlist bilanciata sia in termini storici che di ritmo, e facendomi baluginare un pizzico di nostalgia all’altezza della storica “Nailed to Gold” (brano che me li fece conoscere ai lontani tempi delle superiori).

Si può considerare il loro collocamento come band d’apertura, a seconda dell’angolo prospettico, un immane spreco od un ragguardevole plusvalore; dal canto mio, sono lieto di aver assistito ad un concerto davvero compatto e convincente, e mi auguro di poter ancora ammirare, in futuro (e magari con una scaletta più nutrita), una delle migliori realtà della storia del death a stelle e strisce.

MARDUK
Un posticino nel mio cuore, per la band svedese, c’è sempre stato e ci sarà sempre; nonostante ciò, in sede live le nostre strade non si intrecciano da almeno 8-9 anni, allorquando ammirai i Nostri dalle parti del Colony (potrei sbagliarmi ma portate pazienza: comincio ad avere una certa età).

L’attesa, quindi, per lo show dei Marduk è davvero alta, e posso confermare sin d’ora che si rivelerà ben riposta… al netto del fatto che dovrò presumibilmente dotarmi di un nuovo set di orecchie.
Ma andiamo con ordine: rispetto agli Immolation notiamo sin dai primi istanti alcune piccole, eppur significative, divergenze stilistiche, ossia un utilizzo piuttosto intenso del fumo ed un ricorso più dinamico all’impianto luci.

Altra differenza, come avrete capito, risiede nel volume dell’esibizione: già più che rispettabile in precedenza, ma addirittura parossistico durante il set di Morgan e soci.
Va benissimo, anzi siamo qui per questo, no?

Che non si vada tanto per il sottile lo si capisce sin dalle prime battute dell’openerFrontschwein” (gran bel modo per rompere il ghiaccio, tra l’altro), che flagella gli astanti con inusitata intensità esecutiva.
E’ proprio l’intensità, a parere di chi scrive, il tratto distintivo dell’esibizione: non viene affatto meno durante i brani -relativamente- più cheti, come “Wolves” o “Shovel Beast Sceptre”, né scema a causa di un paio di sbavature qua e là.

Il muro sonoro eretto si giova, in particolar modo, dell’abrasivo screaming di Mortuus (sempre godibili le sue presentazioni dei brani pressoché inintelligibili, peraltro tradizione consolidata in casa Marduk) e della velocità parossistica di Simon (in alcune occasioni fa sorgere il dubbio che sia stata inserita la riproduzione del brano a velocità 1,5x).
Così, pezzi già di per sé feroci come “Throne of Rats”, “Cloven Hoof” o “Infernal Eternal” vengono riproposti in modo ancor più aggressivo; un plauso poi per la doppietta “Sulphur Souls” (una delle mie favorite) e “On Darkened Wings”, col suo giro di basso malandrino.

La conclusione, poi, è da manuale, col titanico inno “Panzer Division Marduk” e l’irresistibile groove malato di “The Blonde Beast” (una delle mie favorite pt. II)… peccato solo per una cortina fumogena degna del primo conflitto mondiale -tanto per rimanere in tema bellico-, che ammanta sì l’esibizione di un alone di mistero, ma lo fa forse con eccessivo zelo…

…e peccato anche per i miei padiglioni auricolari ormai inservibili, ma in fin dei conti morti di un’ottima morte.
Secondo show e secondo centro pieno quindi; grazie cari Marduk, l’antica divinità protettrice di Babilonia, da cui prendete il nome, può continuare ad essere fiera di voi.

MAYHEM
Più puntuali di uno shikansen giapponese, gli headliner inaugurano le danze macabre, come prevedibile, con un estratto del recentissimo “Liturgy of Death”.
Realm of Endless Misery” inaugura le ostilità come meglio non si potrebbe, e conferma appieno le fulgide qualità dell’ultimo parto discografico dei Nostri (per chi scrive autorevolissima candidatura alla top ten di fine anno).

Altre notazioni sparse: il palco si rivela caruccio, impreziosito dallo splendido drumkit e dall’ormai immancabile ledwall, che tuttavia spara immagini perlopiù ripetitive e talvolta generiche; forse per una compagine come i Mayhem avrei preferito soluzioni più old style, ma tant’è.
Definirei lo stile dei componenti piuttosto eterogeneo: discutibile quello “estivo” di Hellhammer -in verità non nuovo a scelte cromatiche bislacche, ma lui può fare ciò che vuole-; low profile quello dei due chitarristi e di Necrobutcher; decisamente vistoso quello di Attila, ma ci sta eccome, visto che gran parte dell’elemento scenico grava sulle sue spalle. Se posso azzardare, però, ho trovato il primo dei tre outfit sfoggiati, ossia quello simil-papale, un po’ troppo ghostiano

Ma in fondo chi se ne importa del vestiario, quando puoi godere di prelibatezze del calibro di “Buried by Time and Dust”, “Bad Blood” o “Life Is a Corpse You Drag”?
Non so se dipenda dallo stato miserando in cui versa il mio apparato uditivo, ma mi sembra che i volumi, rispetto ai Marduk, siano meno roboanti, e che la sezione ritmica si imponga con minor prepotenza nel mix -se la memoria non m’inganna, in occasione della precedente esibizione dei Mayhem cui ho assistito qui all’Alcatraz, a fine 2022, al drumming di Hellhammer venne accordato risalto ben maggiore-.

Il gruppo, ad ogni modo, procede con grande sicurezza, giovandosi dei soliti istrionismi vocali del frontman ungherese, zompettando su e giù lungo la discografia e pescando chicche come “Ancient Skin” (che ho sempre amato) e “To Daimonion” (uno dei migliori estratti di un album altalenante come “Grand Declaration of War”). Anche i pezzi a cui mi sento meno legato, come ad esempio “Psywar” e “Chimera” (che, per amor di onestà, dona il titolo ad un disco a mio avviso brutto anzichenò), acquistano in sede live maggior caratura, e vengono accolti con calore da un pubblico che non lesina pogo e stage diving.

Come ovvio, quando parte il riff di “Freezing Moon”, la temperatura all’interno del locale cala di almeno 7-8 gradi, ed un brivido di gelido piacere corre lungo la schiena di tutti i presenti.
Convince anche la tripletta conclusiva, costituita da “Cursed in Eternity”, “From the Dark Past” e “Weep for Nothing”, marchiata a fuoco dal chirurgico riffing di Teloch e Ghul (più palestrato che mai).

I Mayhem salutano, ma nessuno muove senza la sanguinolenta “Deathcrush”, cui segue la solita, deliziosa carneficina che ci riporta indietro e ci culla nelle suadenti spire della nostalgia…

Chiedo venia, mi sono lasciato trasportare: come diceva Giovanni in Tre Uomini e una Gamba: “Non ce la faccio, troppi ricordi”. Forse, traendo spunto da ciò, l’unico limite che riesco a rintracciare nello show concerne proprio la sfera emotiva: la band sbaglia poco o niente, macina un brano dopo l'altro come una gioiosa schiacciasassi, può contare su un repertorio vasto e stratificato, possiede un frontman a suo modo unico, costituisce un innegabile pezzo di storia del metal… ma forse risulta, in alcuni frangenti, un pelo algida e distaccata.
Ma d’altra parte stiamo pur sempre parlando di uno dei gruppi che ha codificato le regole attitudinali del black, ragion per cui sarebbe inopportuno pretendere maggior trasporto e coesione col pubblico, no?

Il fatto che esponga delle tesi e le auto-confuti nel paragrafo successivo, pur rimanendo sotto sotto convinto della tesi iniziale, mi fa cogliere con chiarezza la necessità di concludere il report ed andare a riposare. Astruse dissertazioni a parte, si è trattato di un evento memorabile, perfettamente organizzato e privo di momenti di stanca.
Bravi tutti, e che Satana vi assista sempre.

IMMOLATION setlist:
An Act of God
Swarm of Terror
Majesty and Decay
Adversary
Dawn of Possession
Blooded
Higher Coward
Rise the Heretics
Nailed to Gold
The Age of No Light


MARDUK setlist:
Frontschwein
Wolves
Throne of Rats
Shovel Beats Sceptre
Cloven Hoof
Sulphur Souls
On Darkened Wings
Infernal Eternal
The Black...
Panzer Division Marduk

Encore:
The Blond Beast

MAYHEM setlist:
Realm of Endless Misery
Buried by Time and Dust
Bad Blood
Life Is a Corpse You Drag
Ancient Skin
Psywar
To Daimonion
View From Nihil
Whore
Freezing Moon
Chimera
Cursed in Eternity
From the Dark Past
Weep for Nothing
Encore:
Silvester Anfang
Deathcrush
Chainsaw Gutsfuck
Carnage
Pure Fucking Armageddon
Report a cura di Marco Cafo Caforio

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