Heavy Metal e Letteratura - Capitolo 9

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Pubblicato il:28/10/2012
Once I had a dream, and this is it…

Here Lies
PETER PAN
The Boy That Wouldn’t Grow Up
1902 --- ????


Little boy, such precious joy. Is dead to the world.

Tutta colpa di quella fottuta voglia di crescere che ha accompagnato ogni singolo giorno della tua infanzia di cui hai memoria; il voler aggiungere sempre qualcosa in più, un’esperienza, un giorno, una anno, un centimetro. “Sto crescendo, ormai sono un adolescente (o teenager che dir si voglia per i più "cool"!), un uomo -o una donna, non ci sono sconti per nessuno!”. Le medie, le superiori, il motorino prima, poi la patente, la maturità (si fa per dire!) l’università e il lavoro (?), la famiglia per chi già se l’è fatta, una casa, una vita tutta tua, tutte cose tanto bramate con cui pian piano la vita ti accontenta -anche se adesso mi viene in mente il finale di Trainspotting- sei un adulto adesso, proprio come hai tanto desiderato!

Just another loop in the hangman’s loose.

Ma la vita ti presenta pure il conto, un conto da pagare a rate: fine pena mai. E siccome lamentarsi è un vizio, a un certo punto inizi a pensare ai bei tempi andati in cui poteva anche venir giù tutto l’universo ma non te ne sarebbe potuto fregar di meno. Il bello di stupirsi per ogni novità, le prime cotte e i primi amori, le partite a calcio in ogni angolo in cui si poteva improvvisare una porta, le prime scazzottate, il gusto della prima birra, Kenshiro e Pegasus in tv e a seguire Super Mario e Street Fighter, le nottate fuori e le cazziate dei tuoi, la magia del tuo primo disco metal e la tua prima band, i capelli sempre più lunghi, i 2 sul registro e rimandati a settembre, le stronzate più assurde insieme agli amici di sempre… ti rendi conto che eri il padrone del mondo?

Why am I loved only when I’m gone?

Nessun capo che ti rovinava l’esistenza, niente straordinari, nessun autovelox, niente mutui o rate varie, niente cravatte, niente cene di lavoro, nessun modulo da compilare, niente denti del giudizio, nessun estratto conto, niente acciacchi e ossa che scricchiolano. Nulla tutto ciò… prima, adesso tutto questo è tuo.

Once, so long ago…

Quando poi cominci a dire: “Ai miei tempi…” ecco, allora sì che puoi iniziare a preoccuparti seriamente!

Oh Christ how I hate what I have become.

E se continui così l’unica cosa che ti farà rivivere davvero come un bambino probabilmente sarà tornare a perdere un “dentino”, solo che stavolta mi sa che la fatina non arriva.

Time will not heal a dead boy’s scars. Time will kill.

Ah l’infanzia, quant’era bella… chi non ha mai desiderato anche solo per un attimo di tornare bambino?

Redeem me into childhood. Show me myself without the shell.

Introduzione
In questo nuovo capitolo della nostra rubrica ci soffermiamo proprio sul tema dell’infanzia che ha dato vita a una parte considerevole dell’opera della band più chiacchierata del momento, partendo dai tre autori che credo abbiamo meglio affrontato questo argomento e cercando le analogie tra le parti.

William Blake: “Songs of Innocence” – “Songs of Experience”
Partiamo da William Blake, uno dei primi artisti del Romanticismo inglese; l’opera in questione è “Songs of Innocence and Experience”. Blake nella sua opera intrisa di simbologia dava molta importanza alle contrapposizioni, non a caso una delle sua massime più celebri è “senza opposti non v’è progresso”, e lo stesso fu per questi due libri all’apparenza in netto contrasto, ma in definitiva rappresentanti due facce della stessa medaglia che è la vita. Il primo (del 1789) riguarda appunto l’innocenza dell’infanzia, con cui grazie alla nostra immaginazione costruiamo il nostro mondo ideale in cui tendiamo a rifugiarci anche da adulti; il secondo (1794) invece è incentrato sull’importanza dell’esperienza, seppur a volte dura, che con il tempo ci permette di conoscere approfonditamente la realtà. Anche a livello delle liriche notiamo che le prime risultano più soavi delle seconde più stridenti anche dal punto di vista fonetico. Sintesi delle due opere le due poesie “The Lamb” e “The Tyger”, le più conosciute proprio perché meglio rappresentano il messaggio dell’autore.

Beware the beast but enjoy the feast he offers.

Giovanni Pascoli: il fanciullino
Passiamo adesso a Pascoli che sulla forza dell’infanzia, del fanciullino, ha costruito la sua opera poetica. Il fanciullino coincide con l’es del poeta. Come affermava nell’omonima opera, una raccolta divisa in venti capitoli, dentro ogni uomo, in particolare nei poeti, c’è un fanciullino musico capace ancora di ascoltare fiabe e leggende, vede tutto con meraviglia dando alle cose un nome come fece Adamo e tende a ricongiungersi con la natura. Pascoli riprende le teorie di Platone, il fanciullo infatti è portato a vivere intensamente solo ciò che è necessario, e nel farlo continua a stupirsi a trastullarsi quasi senza ragione alcuna, cadendo vittima del giudizio dei benpensanti presi come sono a sputar sentenze e a lustrare i loro trofei. Immersi nella loro sfavillante gloriola, non la Gloria perché -e chi meglio di noi può saperlo- la Gloria è ben altra roba: per il fanciullino la Gloria è la sbornia generale dove la massa è intenta a raccoglier consensi mentre lui distaccato continua a dar vita alla sua poesia. Per lui la gloria coincide con l’innocenza della poesia! In tutto ciò c’è ovviamente una critica alla poesia e in generale alla società italiana del tempo che vive sugli allori di un leggendario passato artistico e storico, e non riesce a produrre arte nuova, continuando a rimpastare ciò che gli è stato inculcato, e allo stesso modo quell’innocenza persa dei bambini indottrinati a scimmiottare i più grandi. E lo squallore di chi grida alla gioventù senza averne ormai il benché minimo residuo.
Solo attraverso gli occhi innocenti del fanciullino, secondo Pascoli, può esserci davvero poesia e arte, e solo allora queste avranno anche una funzione sociale.
Il rischio del poeta è di perdere il fanciullino che porta con se, ma Pascoli lo conforta dicendo che il fanciullo è come il giorno, “par che muoia, e poi non muore.”

I, too, wish to be a decent man-boy but all I am is still smoke and mirrors.

James Metthew Barrie: Peter Pan
Chi meglio di Peter Pan rappresenta l’eterno fanciullo? Il personaggio nacque nel 1902 quando Barrie scrisse “The Little White Bird” ma il vero successo del personaggio arriva due anni più tardi con lo show teatrale “Peter Pan, the boy that wouldn’t grow up”. Peter Pan è l’eterno ragazzo che vive nell’isola che non c’è insieme a i bimbi sperduti e circondato da sirene e fate tra cui ricorderemo Trilly. In una delle sua avventure porta con se nella sua terra i tre fratelli Wendy, Michael e John; Wendy la maggiore raccontava le sue avventure ai fratellini tant’è che Peter visitava spesso la loro casa, un giorno la loro tata gli ruba l’ombra e quando tornò per riprendersela svegliò i bambini decidendo allora di portarli con se in volo. Durante il loro soggiorno all’isola che non c’è vengono rapiti da Capitan Uncino, eterno nemico dell’eterno bambino, e dalla sua ciurma; dopo varie peripezie Peter riesce a liberarli e a condurli nuovamente a Londra a bordo del vascello pirata mentre Uncino cade in pasto al coccodrillo e viene salvato in extremis da Spugna. Numerosi gli autori e i registi che hanno implementato le storie di cui è protagonista, tra queste ricorderemo il film “Hook” dove Peter Pan è ormai adulto e ha rimosso la sua memoria, dimenticando anche come volare: saranno i suoi amici a ricondurlo alla sua isola e ad aiutarlo a sconfiggere Uncino.

I am the voice of Never-Never-Land. The innocence, the dreams of every man. I am the empty crib of Peter Pan.

Nightwish
Riecheggiava già anche nei primi lavori e, una volta abbandonate le fantasie ninfomani di Angels Fall First, le arie lussuriose di “She’s My Sin” e “Come Cover Me”, Tuomas e soci iniziano a dar voce al fanciullo che è in loro. Già in Wishmaster con “Dead Boy’s Poem” tutto comincia a prendere forma, ma la vera consacrazione arriva con Century Child e continuerà ad essere presente anche nei testi degli album che verranno in seguito. “Bless the Child” è il brano maestro del filone lirico intrapreso dai Nightwish dove torneremo più volte a incontrare la contrapposizione tra il fanciullo (the Child) e l’adulto (spesso the Beast), il primo a volte perduto continua a manifestarsi come the Dead-Boy (o Children) simbolo dell’innocenza andata: il fanciullo ormai morto, dimenticato, rimosso nonostante tutto popola ancora le visioni messe in musica dai finlandesi. Un fantasma che non si è arreso e ritorna a bussare alla finestra di chi ancora ripiega nei sogni per sfuggire alla dura realtà ("The Escapist").

It all starts with a lullaby.

Le sue grazie le vediamo contenute nell’oscuro scrigno delle meraviglie ("Dark Chest of Wonders") che fa da opener a Once, ultimo album dell’era Tarja. Con l’arrivo della nuova singer, Anette, e quindi “Dark Passion Play” si continua per la strada intrapresa e già con “The Poet and the Pendulum” ascoltiamo il lamento di un poeta che non riesce a terminare il suo lavoro: manca solo un ultimo verso ma non v'è rima alcuna e questo lo porta a odiare ciò che è divenuto; “For The Heart I Once Had” continua a marcare il segno e con Imaginaerum Tuomas, novello Carroll, costruisce la sua Wonderland, il suo emporio dei sogni tra le note di “Storytime”, “I Want My Tears Back” o “Song of Myself”, tutti brani che ruotano attorno al tema dell’infanzia. E questi sono solo alcuni esempi. Come fu per Blake vengono apprezzati i doni della maturità, ma come per Pascoli si rimpiange e si venera l'ispirazione di cui solo il fanciullo musico può farsi portatore.
Anche il film Imaginaerum che uscirà da qui a poco (qui l’ultimo trailer) e interpretato anche dai membri della band, è un elogio al potere dell’infanzia: un compositore dal nome Tom, ormai anziano e in preda a demenza senile si ritrova catapultato al tempo della sua giovinezza dove le piccole cose erano tutto per lui prima che arrivassero le cicatrici del tempo.

Open the chest once more.

Mettiamola così, forse Pascoli, Barrie e Tuomas hanno ragione: l’essere bambino è uno status che non si perde mai del tutto, al massimo passa in secondo piano. Come la sua culla anche la tomba di Peter Pan continuerà a rimanere vuota, perché in fondo a chi vuoi darla a bere? Adulto tu? Con tutte le cazzate che fai? Ma per favore… al diavolo l’età, chiamiamola anche sindrome di Peter Pan ma siamo tutti degli inguaribili tredicenni!


The Child bless thee and keep thee forever.



Alla prossima!
Articolo a cura di Salvatore Sanzio

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