Stay[Sic] – La minaccia generazionale di Slipknot

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Pubblicato il:12/11/2013
L’omonimo esordio degli Slipknot, nell’anno di grazia 1999, fu dirompente, dando vita alla seconda ondata del Nu Metal, quella che portava alle estreme conseguenze la lezione di Korn, Deftones e Coal Chamber.
Il loro esordio destò scalpore, almeno per coloro i quali avevano buon orecchio e cervello fino, in grado di comprendere la freschezza e la genuinità della musica dei 9 psicopatici dell’Iowa, al contrario di coloro i quali, pur non avendo ancora ascoltato una sola nota del disco, li bollavano semplicisticamente come “non metal” e, colpevolmente, passavano oltre.
Ma gli Slipknot erano metal, molto più metal di tante death metal band, estremi e violenti, capaci di canzoni spaventose nella loro foga, cieca violenza e livido livore. Ci volle il successivo “Iowa” e una serie di live shows incendiari (tra cui un Gods Of Metal) per convincere il metallaro medio che Corey Taylor e soci facevano fottutamente sul serio. E come al solito arrivarono tardi, scoprendo e incensando gli Slipknot con “Vol. 3”, il loro disco peggiore, rinnegamento di quando fatto in passato.
Il sottoscritto invece scommise su di loro quando in Italia nessuno ancora ne parlava (forse giusto la defunta e compianta rivista “Psycho!”), al punto che la mia copia del debutto è una rara first press contenete il pezzo “Purity”, poi rimosso per problemi di copyright, la qual cosa la rende preziosa e ricercata.
Faccio questa lunga premessa per sottolineare che alla fine gli Slipknot ce l’hanno fatta, generando anche in Italia un seguito e un’attenzione che col tempo ha creato un vero culto verso la band, culto che trova compimento nel presente libro.
Matteo Poli, con il suo “Stay[Sic] – La minaccia generazionale di Slipknot” ci racconta la band sin dagli esordi della sua formazione, quando la line-up era ridotta e diversa, vedendo al microfono Anders Colsefini, il cantante di “Mate.Feed.Kill.Repeat”, il demo autoprodotto della primigenia band.
Il racconto segue due linee distinte. Da una parte segue le vicende personali della band, attraverso gli eventi e le loro parole, con sullo sfondo l’Iowa, la terra che li ha partoriti e che rappresenta l’influenza principale, almeno della prima parte della loro carriera. Il tutto è molto accurato e ricco di aneddoti, scritto con un linguaggio giovanile e anticonformista, cercando di trasmettere al lettore le sensazioni della band nei diversi periodi.
L’altra linea invece ci racconta la band attraverso i propri dischi e i relativi testi. Anche qui lo sforzo di Matteo è encomiabile anche se, talvolta, si ha l’impressione che le sue parole siano parole da fan, e quindi capace di giustificare tutto, incensando più del dovuto anche gli episodi meno riusciti della band.
L’autore si avvale della collaborazione del sito Slipknot Italia, sopperendo così alla mancanza di notizie di prima mano (difetto principale di questo libro), coprendo tutto, dagli inizi fino ai giorni nostri, compresa la morte del bassista Paul Gray.
Il libro ci mostra una band che ha lavorato duro per arrivare in alto, che ha rappresentato un sussulto veramente destabilizzante per la musica estrema, con un mix eccitante di musica, testi ed estetica che non poteva passare inosservato, e che ha di certo lasciato un segno
In attesa di ciò che sarà mi vado a riascoltare il debut…
Articolo a cura di Luigi 'Gino' Schettino

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Inserito il 15 nov 2013 alle 17:46

You can't see California without Marlon Brando's eyes..