"Il nostro nuovo album, Estuary, è ambientato mille anni nel futuro, dopo la morte della civiltà. Ho sempre provato una profonda serenità all’idea che l’umanità scompaia dal mondo e che la natura si riprenda ogni cosa. Sogno di essere solo in questo scenario e di sperimentare una calma e una pace assolute. È un tema ricorrente in tutta la musica dei Wolves, ma in Estuary occupa una posizione centrale."Le parole di
Nathan Weaver, voce principale degli americani, ci introducono nel nuovo album dei
Wolves in the Throne Room, delineando la direzione, non solo concettuale, dei brani che lo compongono e lo spirito che pervade l'intelaiatura sulla quale esso è costruito.
"Estuary", infatti, possiede una atmosfera di umida desolazione (l'artwork è molto indicativo) che si intreccia, rendendolo evocativo e dilatato nel tempo, con il Black Metal di matrice Cascadian da sempre marchio di fabbrica dei lupi, un marchio che oggi vira verso un universo ancora più personale sottolineato dalle tante direzioni lungo le quali le note si spingono in un vortice sonoro "denso", nuvoloso, pesante e tormentato.
Il quadro dipinto dal gruppo non brilla di nessun colore, è torbido, quasi soffocante in certe sue trame, ma lascia intravedere, in lontananza, spiragli di speranza che coincidono con le aperture melodiche di un album spigoloso, dai vaghi sentori ambient ed industriali, e dalla straordinaria forza di suggestione vero "motore" di tutto il lavoro e suo cardine principe.
Non è questa la musica in cui cercare sollievo o con la quale dare un senso alla propria esistenza: i
Wolves in the Throne Room si fanno cantori della superiorità della Natura sulle cose umane e non prevedono un ruolo predominante per l'essere umano, anzi, la loro musica, con le sue afflizioni, i ritmi a volte tribali, le devastanti accelerazioni di nero, così come i continui cambi di registro e le partiture meditative, ci ricorda che l'uomo è il nulla, ospite sgradito di un pianeta che ne soffre la presenza e non ne tollera il futuro.
In questo contesto, in qualche modo profetico, va, dunque, inquadrato
"Estuary", ennesimo grande lavoro di un gruppo che, nella sua carriera, ha sbagliato poco o nulla, ed in questa oscura prospettiva per la razza umana, in modo distorto, prendono vita le canzoni, i cupi incantesimi delle tastiere, l'ipnotica ritualità inquietante di molte traiettorie (vicine alle intuizioni del miglior Burzum), e tutti i multiformi elementi che vanno a comporre un album duro, certo, ma addirittura sontuoso nel suo impareggiabile equilibrio.
Adesso, non ci resta che ascoltare, con i brividi lungo la schiena, l'ululato del lupo...
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