La Svezia continua a produrre realtà musicali di livello nell’ambito del cosiddetto
vintage rock (e non solo …), e stavolta non è Örebro ma Umeå (città nota per aver dato i natali a Meshuggah, Cult of Luna e Refused, a ulteriore testimonianza della prolificità stilistica “ad ampio spettro” della nazione scandinava) a sfornare un potenziale protagonista della “scena” di riferimento.
Si chiamano
Old Man’s Will è in realtà non sono una “sorpresa” assoluta, avendo già all’attivo due
album (l’eponimo del 2013 e “
Hard times - Troubled man” del 2015), peraltro completamente “trascurati” dal sottoscritto.
Evidentemente le “difficoltà” evocate nel titolo del secondo
full-length si sono concretizzate anche dal punto di vista professionale, dal momento che sono stati necessari ben undici anni per “finalmente” rientrare nel mercato discografico con questo “
At last”.
Un ritorno da accogliere con piacere, almeno se gradite le radici del suono anglosassone “classico”, nutrite una smodata passione per il
southern e il
blues, declinati attraverso la crepuscolare e ondeggiante seduzione delle voci e delle melodie, all’occorrenza innervate dall’elettricità dell’
hard-rock.
In un’epoca in cui l’internazionalizzazione di certe sonorità non stupisce più di tanto, non si può tuttavia evitare di sottolineare ancora una volta come la loro diffusione sia stata accolta con uno “spirito” particolarmente fecondo dai gruppi musicali del nord Europa, apparentemente lontana da quella “sensibilità”.
Ebbene, nel nuovo lavoro dei nostri non c’è l’ombra di “freddezza” espressiva e anzi fin dall’atto d’apertura di “
At last”, titolo “
Meet me at sundown”, si respira l’atmosfera canicolare, adescante e pulsante tipica
rock-blues “sudista”, evocata senza fastidiosa retorica.
A questo punto, citare Little Feat, Led Zeppelin, Humple Pie e Deep Purple tra i “buoni maestri” degli
Old Man’s Will e poi Rival Sons, The Black Crowes, The Answer e Siena Root come compagni di una confraternita di valorosi discepoli, diventa utile per indirizzare più precisamente il lettore appassionato, il quale, ne sono certo, apprezzerà l’incedere fremente e affabile (una sorta di
Purple meets ELO) di “
Lover’s delight” e pure l’andamento torpido e accattivante di “
Winding road”, il commento sonoro perfetto per contemplare, magari all’imbrunire, gli “ampi spazi” degli Stati Uniti d'America.
Il tocco psichedelico concesso a “
High ambitions” aggiunge un’ulteriore sfumatura espressiva al vibrante
songbook degli scandinavi e se preferite un approccio leggermente più “moderno” alla materia ecco arrivare “
Holy water” e la fosca “
Must be blind”, non distanti da certe languidezze
soul-blues targate The Black Keys.
Il fervore quasi mistico di “
The spark” consente di includere qualcosa degli Animals alle reminiscenze d’ascolto, mentre “
Do you really?” sigilla la scaletta con un altro avvolgente e magnetico numero
psych-blues.
“
At last” è un evidente atto d’amore per la “tradizione” compiuto da un soggetto artistico che però non si “annulla” nella devozione, rinunciando del tutto alla sua identità … una relazione promettente e produttiva, insomma, che merita senz’altro di essere seguita nelle sue dinamiche future.
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