Giunge l"11 settembre 2026, a distanza di pochi mesi dall'ottimo
"Fellwinter" (2026), il sesto full-length dell'omonimo progetto dello statunitense
Taurus,
"Writ Black in Blood of Fallen Angels", rilasciato, come i suoi predecessori, tramite la label
Blood and Crescent Productions.
Con
"Writ Black in Blood of Fallen Angels" Taurus amplia gli orizzonti musicali tracciati nei lavori precedenti, non soltanto in quanto si tratta del suo primo doppio album ma, soprattutto, perché la sua caratteristica furia nichilista affiancata alla tradizionale vena melodica gelida, ricalcante soprattutto band come
Darkthrone,
Judas Iscariot e
Satanic Warmaster, appare qui impreziosita da un gusto acustico dai leggeri accenni sinfonici — elemento di pregio è il contributo della flautista
Aušra — che conferiscono un'aura di austerità medievale, la quale, nonostante il martellamento incessante e disanimato dei classici tremolo, si ricava spazi di più ampio respiro, dove in particolar modo nelle fasi rarefatte e atmosferiche, si intreccia con situazioni dai toni sacrali — e qui il
Conte ha impresso il suo marchio indelebile — in cui mito, afflati Dungeon synth, sensazioni naturalistiche e melanconia nera, struggente, insanguinata, dipingono un affresco denso di contrasti, suggestivo nel suo distendersi lungo ben 60 minuti di musica, suddivisa in varie suite integralmente permeate dallo spirito più iconoclasta del genere, pur presentando le eterogeneità a cui abbiamo fatto riferimento.
Oltre ai nomi offerti, per inquadrare meglio
"Writ Black in Blood of Fallen Angels", potremmo menzionare i primi
Abigoir, gli
Immortal di
"Pure Holocaust" (1993) e
"Battles in the North" (1995) per talune tempeste sonore fredde e oscure, e altresì realtà devote al culto intransigente della fiamma come i medieval oriented spagnoli
Uruk-Hai, i connazionali statunitensi
Obsidian Grave — benché in vesti scarne — o i tedeschi
Vargasang etc. Mentre nelle sezioni — minoritarie e subordinate — di maggiore ossigeno e dal gusto oscillante tra il sinfonico e il Dungeon, viene da pensare a brevi spunti affini ai
Summoning o ai nostrani
Evol.
Fellwinter ci ricorda cosa sia il vero Raw black metal con un album di grande intensità, capace di far la gioia dei blacksters più incalliti, e il cui unico difetto, probabilmente, risiede in varie situazioni — soprattutto per un certo tipo di guitarwork — realmente fin troppo simili a quelle dei grandi classici.
In ogni caso, tra gli alberi morti di queste spettrali foreste l'anima oscura dell'Estremo urla con forza.
Supporto incondizionato.
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