Apprendere che i
Nirnaeth nella loro ormai ultratrentennale carriera artistica sono stati oggetto di oltre venti cambi di formazione fornisce l’immagine nitida delle difficoltà “oggettive” (prima fra tutte un’esterofilia ancora piuttosto diffusa …) che un gruppo
thrash-metal, pur abbastanza apprezzato, deve affrontare in Italia.
Allo stesso tempo, però, evidenzia il grado di tenacia e “convinzione” che
Marco Lippe,
leader e unico elemento di continuità tra il passato e il presente della
band, ha infuso in un progetto musicale che è anche un catalizzatore di pensiero, sviluppato attraverso scenari di rabbia, invettiva e frustrazione da rivolgere ad una società apatica, violenta e arrogante, incapace, in maniera sconsideratamente autolesionista, di tutelare la natura e l’ambiente.
L’enfasi vagamente “savonaroliana” con cui questi temi vengono affrontati potrà forse infastidire qualcuno e forse ci sarebbero modalità più “poetiche” per affrontare questioni così complicate e delicate, ma personalmente apprezzo, con tutte le difficoltà semantiche connesse, che ne “
ll paradiso non è altrove” sia stato scelto l’utilizzo della madrelingua, in modo da rendere ancora più chiara la critica nei confronti di un’umanità che sta diventando sempre più insensibile e distaccata da tutte le scelleratezze che stanno capitando nel mondo, quasi fosse un ineluttabile destino.
La scelta dell’italiano e una certa impetuosità declamatoria nel cantato di
Lippe (una sorta di interpolazione timbrica tra
Manuel Agnelli e
Augusto Daolio, entrambi particolarmente stizziti!), avvicinano in qualche modo i
Nirnaeth a linguaggi espressivi d’estrazione
hardcore, anche se, come anticipato, è la
Bay Area di Metallica, Forbidden e Testament il riferimento principale dei nostri, ai quali si possono aggiungere, per varie evidenti affinità, i bresciani In.Si.Dia.
Un legame stilistico solido, ma non univoco, dacché, per esempio, l’albo si apre con uno strumentale dall’ascendente melodrammatico denominato “
Wounded Knee” (dedicata ai nativi americani, la cui resilienza culturale ed esistenziale, nonostante lo sterminio che hanno subito, viene considerata un esempio da opporre alla nostra collettività malata di economia e controllo) e anche nel prosieguo della scaletta si possono cogliere sfumature sonore abbastanza variegate, a testimonianza di una cultura musicale di certo non integralista.
Tocca poi a “
La vendetta del bosco” inserirsi con prepotenza nell’ambito delle sonorità cupe e
mosh-eggianti e in piena
trance apocalittica si colloca “
Genativocidio”, che dopo un inizio Sabbath-
iano, si affida a poderosi
stop ’n ’go per un feroce attacco a razzismo, ignoranza e alle religioni utilizzate come pretesto per giustificare conflitti e violenze, tema, quest’ultimo, ripreso anche nella possente “
Religionestinzione”.
L’influsso
punk-core emerge netto nella beffarda “
World wide web”, che, con “
Pescecani” e “
Generation interdict” (in parte in inglese), condannano l’alienazione digitale, mentre “
Epitaffio di una pianta” rallenta i ritmi, trasferendosi con un certo profitto, attraverso suoni cadenzati e circolari, nei foschi terreni dell’
heavy-rock.
Dopo “
Angel”, una scabra
cover dei The Danse Society, tocca infine alla soffusa
title-track del disco trattare una questione piuttosto “spinosa” (che implica, oltre a considerazioni sulle tematiche ambientali, anche valutazioni a carattere spirituale), interpretata con stile quasi cantautorale da un magnetico e istrionico
Marco Lippe.
Siamo dunque di fronte, innanzi tutto, ad un buon disco di
heavy metal mordace e catartico, che, pur con i suoi riverberi retorici, offre all’astante parecchi spunti di riflessione … e se questo potrà servire a destare dal loro torpore troppe coscienze anestetizzate, l’obiettivo dei
Nirnaeth credo potrà dirsi pienamente raggiunto.