Con
"Apokalyps 1618", undicesimo album in studio del progetto tedesco
Horn,
Nerrath riporta l'ascoltatore nell'Europa inquieta del XVII secolo, dove leggende popolari, immaginario folklorico e tensioni religiose si intrecciano con gli eventi che portarono allo scoppio della Guerra dei Trent'anni, costruendo così una narrazione densa di simbolismi, sospesa tra memoria storica e visioni apocalittiche.
L'opera si distingue inoltre per l'impiego di testi in più lingue — tedesco, svedese, norvegese e inglese — e dalle informazioni fornite per la partecipazione di tre cantanti ospiti. Come avveniva con il precedente
"Daudswiärk" (2024) siamo di fronte a una proposta che si discosta dal black delle origini a favore di una presa di campo sempre più vasta della componente folk/pagan/viking, ma pur sempre rimanendo per buona parte delle composizioni su frangenti tutto sommato estremi, dove si avverte abbastanza marcatamente un certo influsso death metal orientato alla melodia, varie sperimentazioni sia con dissonanze oscure che con situazioni più classiche ed aperte, talvolta progressive, in cui anche i registri vocali coprono uno spettro ampio e non sempre convenzionale. Tutto ciò si amalgama con un complesso di armonie conferenti all'opera un policromatismo misterioso ed affascinante, perfettamente in linea con la copertina, ricca di dettagli e simbolismi richiamanti l'immaginario fantastico e visionario associato ai dipinti del pittore rinascimentale
Hieronymous Bosch.
"Apokalyps 1618" è un lavoro dal sound moderno che riesce a far coesistere al suo interno momenti corali dai tratti epici, tradizione germanica, senso del tragico, sferzate di furioso nichilismo ed atmosfere oniriche e sontuose, con una naturalezza e abilità al quanto rara al giorno d'oggi.
Per quanto mi riguarda, nonostante mi senta più vicino al periodo di
Horn maggiormente legato all'arte nera, credo che questo rappresenti l'ennesimo centro per
Nerrath.
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