Copertina 8

Info

Genere:Black Metal
Anno di uscita:2026
Durata:44 min.
Etichetta:Amor Fati Productions

Tracklist

  1. JOACHIMSTHAL / JáCHYMOV
  2. URANLAGER I
  3. HAMMERZWANG
  4. DER TURM DES TODES
  5. URANLAGER II
  6. BLUTEISEN
  7. 211947
  8. DES HäFTLINGS BERGMANNSTOD

Line up

  • Aragonyth: guitars, bass
  • Syderyth: vocals, acoustic guitars, keyboards
  • Werwolf: session drums

Voto medio utenti

A distanza di due anni dal precedente, magnifico, capitolo, i minatori tedeschi Dauþuz, sempre patrocinati dall'ineffabile Amor Fati, danno un seguito alla storia raccontata in precedenza, spostando il focus sulle tragiche condizioni di lavoro, e sui drammi umani, vissuti nelle miniere di uranio della Germania dell'Est e della Sassonia, in un periodo storico che va dal secondo dopoguerra fino alla Guerra Fredda.
Questa volta, il suono del duo si fa più crudo e diretto rispetto ad "Uranium", ma non rinuncia ai toni epici e drammatici che, da sempre, caratterizzano la musica dei Dauþuz, così come non rinuncia all'inserimento, all'interno dell'amalgama sonora, di quegli inserti folk perfetti nello spezzare la tensione generata dal sibilare indomito, e ghiacciato, degli strumenti e delle urla disumane di un Syderyth sempre più micidiale nel ruolo di cantore delle miserie della povera gente.
Il quadro espressivo di "Todeswerk: Uranium II", poi, viene completato dal ricorso ad incantevoli melodie "selvagge" che hanno il potere di trapanarti il cuore e da brevi sprazzi Ambient perfetti nel sottolineare il concept lirico di un lavoro che conferma, qualora non fosse chiaro, lo status di maestri dei Dauþuz i quali, in barba ad ogni moda o velleità commerciale, continuano a comporre grande Black Metal, certamente influenzato dal passato del genere, ma dannatamente fiero (splendidi i cori), spontaneo, malinconico ma brutale nel suo messaggio oscuro e privo di speranza, un messaggio che parla direttamente alle nostre anime ricordandoci, con forza quasi "fisica", tutte le infamie e le sofferenze che molti uomini hanno dovuto subire per garantirci, oggi, un tenore di vita sempre migliore, ricordandoci, quindi, che se siamo chi siamo, lo dobbiamo anche e soprattutto a chi si è sacrificato per noi.

Quando la musica, come in questo caso, riesce a dare forma a suggestioni di questa portata, riconducendoti, tra l'altro, a considerare quello che, sempre, dovrebbe essere un insegnamento da tenere a mente, essa si eleva da mero intrattenimento a forma di arte, arte estrema e disperata, di nicchia quanto volete, probabilmente "difficile" da essere scavata nel profondo, ma meravigliosa nel suo dinamico dipanarsi di fronte ai nostri sensi, abbracciandoli in una stretta tanto gelida quanto affascinante dalla quale sarà complesso uscire "illesi".

Musica superiore di un gruppo superiore.

Recensione a cura di Beppe 'dopecity' Caldarone

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