Mai mi sarei immaginato di ritrovarmi, nel 2026, a recensire un album dei
Crimson Glory, e invece non solo sono qui a farlo, ma vi parlerò anche di un gran bell’album!
Mettiamo subito le cose in chiaro, “
Chasing the hydra” non è un capolavoro che può rivaleggiare con i primi due, inarrivabili, album, ma mi ha veramente lasciato col sorriso sulla bocca, perché è stato un vero piacere ritrovare una band così convinta dei propri mezzi e così sicura del proprio valore. Certo qualche autocitazione sparsa qua e là c’è, ma in fondo a chi importa se la qualità è questa?
Il disco parte in quarta con “
Redden the sun”, un brano corposo dal sapore lievemente prog, che però non scade mai nella tecnica fine a sé stessa, perché, se c’è un punto di forza di questo disco, ma della band in generale, è proprio quello di non perdere mai di vista il funzionamento dei brani, e delle melodie in particolare. La titletrack, che segue, è forse il mio brano preferito, veloce, potente, e poco conta se quando è partito il primo riff mi ha fatto venire in mente la mitica e inarrivabile “
Red shark”…
E visto che ho nominato “
Red shark”, questo è un disco che posso consigliare soltanto ai nostalgici degli anni ’80? Assolutamente no! Perché, se è vero che la band strizza spesso e volentieri l’occhio a quelle sonorità (d’altra parte, hanno contribuito loro stessi a crearle, quindi perché no?), è innegabile il fatto che le composizioni suonino, al tempo stesso, assolutamente al passo coi tempi, grazie anche ad una produzione che rende il sound più corposo, cosa che mancava, per esempio, ai primi due album, che avevano un sound leggermente sottile per essere dei dischi metal, ma in quegli anni poteva tranquillamente capitare…
Da sottolineare, prima di andare avanti con la disanima di qualche altro brano, due aspetti fondamentali che hanno contribuito alla riuscita di “
Chasing the hydra”: il primo è l’incredibile lavoro svolto dalle due chitarre, sia in fase di riffing che di assoli e di armonizzazioni, che fa emergere un gusto melodico che moltissime band dell’ultima ora, purtroppo, si sognano. Il secondo aspetto è l’ottima prova dietro il microfono di
Travis Willis, che, me ne rendo conto, doveva fare i conti con l’ingombrantissima ombra di
Midnight, mai dimenticato dai vecchi fan. Beh, devo ammettere di essere rimasto assolutamente soddisfatto del suo operato, intanto perché non ha provato minimamente a imitare il vecchio e compianto singer, e poi perché ha una voce davvero notevole, per certi versi anche più completa di quella di
Midnight, dato che è sicuramente più corposa e rotonda, e si trova a suo agio sia sui toni medi che su quelli altissimi…
“
Broken together” ha un interessantissimo sapore vagamente orientale, mentre con “
Indelible ashes” torna a fare capolino il lato più prog, senza mai, come già detto, risultare stucchevole, anzi… Nella seconda parte del disco ci sono un paio di brani meno a piombo rispetto alle prime bordate, ma in ogni caso il livello si mantiene alto, vedi, per citarne uno, “
Pearls of dust”.
Molte band del passato stanno vivendo o hanno vissuto, negli ultimi anni, una sorta di nuova gioventù (un esempio? i Cirith Ungol), staremo a vedere se questo come back, a ben 27 anni dall’ultimo e debole “
Astronomica”, sarà il loro canto del cigno o il primo di una serie di altri ottimi dischi, come capitato ai già citati Cirith Ungol, agli Overkill, e via dicendo. Per ora hanno la mia piena approvazione…