Mi spiace caro
Dan Lucas, mi permetto di dissentire … non è vero che “
l’età è solo un numero” … si tratta di una frottola che ci raccontiamo, magari il giorno del compleanno, per illuderci che gli anni non abbiano avuto impatti deleteri sulla nostra esistenza, anche se protetta dalla coriacea scorza di
rockers.
Ciò che però bisogna al contempo rilevare è come tale inesorabile effetto fisico e psicologico non sia modulato in modo paritetico e, in effetti, dopo aver ascoltato con attenzione e dedizione questo “
Age is just a number”, mi sento di affermare che con la voce del
singer tedesco il tempo è stato davvero clemente, restituendone pressoché intatte le ben note capacità interpretative e accentuandone in modo naturale il graffio passionale.
Ho usato il termine “note” perché sono convinto che gli estimatori del
rock melodico conservino gelosamente una copia di “
Canada”, il suo lavoro più celebre e giustamente celebrato, mentre ho qualche dubbio che, nel consueto
bailamme di uscite, siano stati in molti ad aver seguito i suoi passi artistici successivi, fino al precedente “
The long road”, per quanto mi riguarda non esattamente “imperdibile”.
Ritornando a bomba sui contenuti del nuovo
album, ed evitando (con una certa difficoltà …) paragoni troppo remoti per essere veramente significativi, mi sento di consigliare “
Age is just a number” a tutti gli estimatori del genere, indipendentemente dal loro grado di conoscenza della parabola artistica di
Lucas, in quanto si tratta di una collezione piuttosto godibile e coinvolgente di belle canzoni, melodicamente centrate e ammalianti, ben concepite ed egregiamente esposte.
Nulla di “rivoluzionario”, ovviamente, ma non credo che nessuno dei suddetti
fans del settore potrà rammaricarsi di tale aspetto quando il propizio clima
Bryan Adams-esco di “
An angel” inaugura la fruizione dell’opera.
Da qui in avanti, tanti racconti sonori di notevole pregio, a partire dall’evocativa malinconia della
title-track, passando per il
pathos magniloquente di “
Losing myself” e la trionfale “
I never wanna say goodbye”, per poi approdare alla delizia crepuscolare “
JP's bar”, capace di applicare in maniera veramente efficace l’immarcescibile lezione dei migliori Foreigner.
Dopo una tappa così avvincente, ritornare all’enfasi graffiante (e un po’ “posticcia”) di “
The world is broken” rischia di creare qualche piccolo scompenso emotivo nell’ascoltatore e anche le languidezze della susseguente “
For a smoke”, seppur parecchio gradevoli, finiscono per ondeggiare sui sensi senza espugnarli in maniera definitiva.
Andiamo meglio con la catartica tensione espressiva di “
Lost in the shadows”, e se “
What about tomorrow” aggiunge al contesto musicale una linea armonica fluttuante e un ritornello arioso, all’acustica “
True love” è affidato il compito d’indurre l’astante ad un momento di riflessione, prima che la spigliata “
Life is kind of rock n roll” lo affranchi da ogni pensiero, magnificando il potere taumaturgico del
rock nella sua essenza più candida ed istintiva.
Il tempo ha fatalmente tolto a
Dan Lucas un pizzico di freschezza (e “incoscienza”, ricordando la
cover di “
Hot stuff” di
Donna Summer …), ma senza esaurire il suo vitale animo artistico, ancora in grado di rendere “
Age is just a number” un disco ampiamente raccomandabile.