C'è una sottile vena di psichedelica follia che attraversa tutto il canovaccio di "
Epitaph", terzo e, da quello che leggo, ultimo lavoro degli
Aurora Disease, one man band del polistrumentista tedesco
Antisozial.
Una vena che porta il nostro ad assemblare un'opera che ha poche regole preconfezionate e segue, unicamente, l'ispirazione di un artista originale e tormentato il quale, con fluidità e perizia tecnica, passa dal depressive black metal, al rock, al neo folk, senza "dimenticare" intuizioni avantgarde, atmosfere teatrali, melodie dipinte dal sax, e, come non bastasse, vocals che spaziano dal disperato all'elegante senza soluzione di continuità.
Ogni pezzo di questo puzzle (doveroso citare la straziante
"As Time Bleeds Into a Violet River"), come un filo rosso che lo tiene unito, è immerso in un senso di tristezza "urbana" in grado di permeare ogni istante di un album lontanissimo da qualsiasi velleità commerciale e valvola di sfogo per il disagio interiore del suo leader, un disagio palpabile, doloroso e dannatamente sofferente incanalato, e qui c'è un grosso pregio di questo disco, in una espressione sonora certamente sbilenca, ma molto elegante e, a tratti, addirittura corroborante, in una immaginaria dicotomia fatta di vividi colori, guardate la copertina, o nebbie da periferia industriale, elementi che, assieme, descrivono un quadro bizzarro nel suo apparire selvaggio.
"Epitaph", dalla importante durata di oltre un'ora, risulta essere schizofrenico ed onirico, ma i suoi brani contengono tutti un senso di bellezza, magari sepolta in fondo a una ciminiera, o ammuffita in una grondaia o nello strato più profondo di una discarica, o persino in bella vista, sanguinolenta e senza vita sul cemento, ma pur sempre bellezza: ed allora, tutte le sfumature dell'album, tutti i suoi sapori "post", la sua abrasività nera, le dolci voci femminili, gli arpeggi delicati o gli intrecci quasi sinfonici, diventano preziosi ingredienti proprio della bellezza stessa, folle e, ormai lo avrete capito, priva di regole.
Provate, qualora non siate troppo legati ai sentieri "sicuri" del metal estremo tradizionale ed amiate act come Lifelover, Manes o So Much for Nothing, ad immergervi in questo spaccato, fortemente disturbato, del nostro mondo metropolitano: una esperienza del genere potrebbe darvi pericolosa dipendenza...
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