La
Dying Victims Productions riporta finalmente in formato vinile
"Rise of the Desecrated", debutto dei
Witching Hour, inaugurando un programma sistematico di ristampe su licenza della
Evil Spell Records. Un’operazione non meramente archivistica, ma filologicamente necessaria: questo esordio del 2009 rappresenta infatti il nucleo più autentico e irriducibile della loro identità sonora.
Ci troviamo al cospetto di un lavoro marcatamente grezzo, costruito su un impianto black/thrash che non teme incursioni death né improvvise accelerazioni speed. L’estetica è deliberatamente primordiale: riff taglienti, strutture asciutte, produzione ruvida, priva di levigature posticce. L’aura complessiva richiama la prima ondata del black metal, con quella venatura lievemente punkeggiante che rimanda a
Venom,
Celtic Frost e
Bathory, ossia a un’epoca in cui blasfemia e rozzezza costituivano un tutt’uno estetico.
Parallelamente, l’asse teutonico è ben presente: affiorano echi dei primi
Sodom, dei primissimi
Kreator e, per taluni fraseggi più alcolici, persino dei
Tankard. Tuttavia, non si tratta di un semplice esercizio di derivazione: il disco, pur inscrivendosi in coordinate stilistiche già tracciate, possiede una fisionomia riconoscibile, un carisma sonoro che trascende il citazionismo.
Particolarmente riusciti risultano i frangenti in cui la band si abbandona a blast beat elementari e abrasivi, memori delle sperimentazioni di fine anni Ottanta, quando tale soluzione ritmica non era ancora irrigidita da tecnicismi esasperati né sterilizzata dall’uso sistematico dei trigger. In questi passaggi emerge una violenza organica, quasi tribale, che restituisce al gesto musicale la sua dimensione originaria.
Ciò che colpisce maggiormente è la capacità dell’album di coniugare ferinità e memorabilità: pur nella sua violenza primigenia,
"Rise of the Desecrated" conserva una sorprendente fruibilità, una presa immediata che lo rende incisivo e durevole. È probabilmente l’opera più devastante del gruppo e, verosimilmente, anche la più riuscita. Negli sviluppi successivi, l’affinamento tecnico e l’apertura verso soluzioni più melodiche – talora prossime a una sensibilità quasi progressiva – avrebbero attenuato quella carica viscerale che costituisce l’essenza stessa del thrash più autentico. Inoltre, il tentativo di evoluzione non si sarebbe tradotto in una cifra stilistica realmente distintiva nel panorama contemporaneo.
Questo debutto, al contrario, pur muovendosi entro solchi noti, imprime un marchio epidermico: possiede potenza, personalità e una forza d’impatto tale da restare impressa
“sulla pelle”. È il documento di una fase in cui i
Witching Hour apparivano non soltanto promettenti, bensì potenzialmente decisivi nel contesto della rinascita black/thrash europea di metà anni Duemila.
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