Innanzi tutto diciamo che, senza conoscere quasi nulla della biografia dei
Rozario, un cantante che si chiama
David Rosario non mi sembrava esattamente confacente ad un disco che s’intitola “
Northern crusaders”.
Del resto, però, anche
Jeff Scott Soto, in barba alle sue origini portoricane, intonava con fierezza “
I am a viking”, risultando credibile e valoroso e quindi non rimane che accantonare immediatamente tali futili considerazioni.
Approfondendo un po’ la faccenda, scopro che i
Rozario in realtà sono norvegesi e che propongono una forma di
heavy metal austero e solenne, a quanto pare molto apprezzato (un po’ meno dall’esimio “collega”
Sbranf) grazie al debutto “
To the gods we swear”.
Arrivati all’ascolto dell’albo, siamo di fronte ad una gradevole raccolta di frammenti di
metallo “classico” dai risvolti epici, ben pilotato da un
vocalist (dai tratti timbrici
Meine-eschi) di sicuro valore, magari non straordinariamente versatile, e malgrado ciò ben inserito nel contesto espressivo di riferimento.
Ecco che, parlando di plausibili relazioni comparative, la citazione di Fifth Angel, Dio, Bloodbound e Judas Priest può essere funzionale ad indirizzare il lettore, anche se sono gli Scorpions più “battaglieri” e pure certi Wig Wam (produce
Trond Holter) i primi che mi vengono in mente quando “
Fire and ice” irrompe negli
speaker.
Un abbrivio piuttosto efficace, insomma, intriso della tipica competenza tecnica nordeuropea, la stessa che in “
We are one” si assoggetta ad una maggiore melodicità
anthemica, di un tipo che gli estimatori di Eclipse e H.E.A.T. conoscono e gradiscono diffusamente.
Il
groove caliginoso e incombente di “
Down low” alimenta ulteriormente il braciere metallico, dalla fiamma appena meno vivida nell’inno un po’ “scontatello” “
Free … forever”, e poi prontamente rinvigorita dalle pulsazioni evocative di “
Crusader” e “
Coming home”, mentre a “
Die like warriors” è affidato il compito di rimpinguare il coefficiente trionfale e melodrammatico della questione.
Si procede spediti con una celebrazione abbastanza persuasiva dei Priest meno feroci denominata “
Until the gods are calling”, seguita da una “
Sleepless” che, alternando ritmi marziali ad aperture magniloquenti, si rileva il brano maggiormente “creativo” della raccolta.
A riportare il clima espressivo su territori all’insegna del classico
power & glory ci pensa la trascinante “
The warning” e se “
Haunted by the past” aggiunge un pizzico di sinistro e “sinfonico” adescamento al crogiolo musicale di “
Northern crusaders”, “
Betrayed” lo sigilla con un numero di sferragliante
heavy-blues dagli esiti emotivi abbastanza fugaci.
I
Rozario non saranno certo ricordati per la loro “genialità” e ciononostante dimostrano di saper trattare gli stereotipi del genere con perizia e pure con un certo buongusto … basterà per “emergere” nel saturo
metalrama contemporaneo? Difficile prevederlo, ma l’ascolto dell’opera è senz’altro piacevole e consigliabile.
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