Ai
Fireborn piace l’
hard-rock americano “moderno”, ma poi sono tedeschi e hanno anche una particolare predisposizione / predilezione per la forza d’urto della fiera tradizione
heavy metal.
Aggiungete una
frontwoman dalla voce aggressiva e volitiva, ed affidandosi alle fatali limitazioni di un processo d’astrazione di natura “giornalistica”, potremmo facilmente definire “
Dreamcatcher” una sorta di fusione tra Halestorm e Warlock.
Una generalizzazione che può indirizzare i lettori che amano i suoni “classici” declinati con attitudine
attualizzata e che sanno riconoscere il talento di una formazione musicalmente preparata, coagulata attorno all’ugola dirompente di
Jenny Gruber, in cui convivono le sfumature timbriche di
Gudrun Laos,
Doro, e
Lzzy Hale (e aggiungo pure qualcosa della mitica
Ann Boleyn, non sempre adeguatamente celebrata).
Il risultato finale è parecchio convincente e coinvolgente, magari privo di copiose e nitide razioni di originalità e tuttavia davvero d’impatto fin dall’
opener “
Dancing with the villain”, capace di incastonare un ottimo
refrain in una struttura armonica vigorosa e incalzante.
La sferragliante e pulsante “
Set the world on fire” accentua leggermente la componente squisitamente
metallica della questione, mantenendo abbastanza elevato il coefficiente
catchy e situazione analoga la ritroviamo in “
Point of no return”, dominata dalla laringe impetuosa della
Gruber e dalle burrascose e affilate chitarre di
Rick Götze e
Dennis Weber, un’accoppiata di guerrieri nibelunghi affiatata e combattiva.
Arrivati a “
Likes for a life” i
Fireborn acquisiscono ulteriore spessore espressivo, sfornando un brano gravido di tensione e intensità, sviluppata attorno ad un roccioso
riff dalla presa immediata e ad un cantato che scandaglia in maniera ampia le notevoli capacità interpretative di un’eccellente
vocalist.
Con “
Pull the trigger” il clima sonoro diventa più riflessivo e “radiofonico”, al pari di una “
Little wanderer” che si concede all’astante con tutti i crismi di una sofferta ballata, prima che “
Crisis of youth” mescoli ad arte affabilità e potenza, con una modalità (cori al limite del
growl compresi) in grado di attrarre varie generazioni di
rockofili.
La
title-track dell’opera consente di estendere la lista degli elogi alla sezione ritmica
Singh /
Lehr, sempre molto puntuale ed efficace, mentre “
Flashlight”, “
Out of the edges” e “
Human”, seppur ancora una volta molto gradevoli, non aggiungono altri dettagli degni di nota ad una formula musicale che funziona piuttosto bene per tutta la durata del disco.
I
Fireborn di “
Dreamcatcher”, grazie ad un’innegabile competenza e intriganti risorse artistiche, hanno dunque i mezzi per emergere dalle caotiche convulsioni del
rockrama contemporaneo … non rimane che vedere se riusciranno in quest’impresa ambiziosa ed estremamente complicata.
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