19 - Un Tram Chiamato Nostalgia: un libro di Federico Venditti (Albatros)

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Pubblicato il:21/09/2019
Roma, 1993.
Polvere affronta l'ultimo anno di liceo, sta passando un'adolescenza problematica dovuta ad un rapporto innaturale con una madre che non se n'e mai curata ed un padre passato a miglior vita quando era piccolo, un rapporto con le ragazze e soprattutto con se' stesso fatto di silenzi e timidezze, più tutte le consuete incertezze e disagi di un ragazzo della sua età.
A salvarlo, una passione smodata per la musica rock e metal, coltivata soprattutto nel negozio di musica dove si rifornisce e dove conosce il commesso Santiago, più grande di lui di qualche anno, con il quale stringe un'amicizia più profonda e sincera, in cui l'heavy metal e le passioni comuni fanno solamente da grimaldello verso una maturazione basata su opinioni e consigli.
Il tram numero 19 è il mezzo quasi figurativo, pieno di sogni, dubbi, speranze, nostalgia e ricordi, che Polvere utilizza per raggiungere questo luogo mistico...

Mi sono avvicinato alla lettura di questo romanzo senza avere la minima idea riguardante il soggetto e la storia raccontata e man mano sono stato trascinato nel vortice di un mondo che, in realtà, rimpiango praticamente ogni giorno.
Al netto di una storia familiare antitetica e di gusti musicali non proprio affini, Polvere sono io.

Sono io il ragazzo timido ed insicuro che con l'heavy metal non ha solamente trovato una musica meravigliosa, ma ha trovato il conforto, lo scoglio a cui appigliarsi nei momenti di difficoltà, la quiete dove far sbollire le occasioni di rabbia o l'energia per ricaricarsi nei periodi di angoscia, trasformandola entro breve in una compagna di vita, lontana da mode o da semplice rumore di sottofondo, metal mio mondo e mio rifugio.
Sono io il ragazzino con i libri di Richard Scarry in cameretta, che adorava fare colazione con l'ovomaltina, che era goloso di dolci (beh...lo sono anche adesso) e passeggiava per il portico d'Ottavia, pregustando i carciofi alla Giudia di Gigetto.
Sono io il bimbo che veniva portato a vedere i burattini al Gianicolo e che indossava 3 o 4 Casio data bank ai polsi, facendo imbufalire le professoresse che ad ogni ora dovevano sorbirsi i miei moleplici "bip" e che aiutava la nonna a stendere la pasta per riempire i ravioli con ricotta e spinaci.
Sono io quello che durante le interminabili lezioni di filosofia riempiva quaderni, banchi e diari di ogni scritta possibile ed immaginabile, dai classici loghi di Iron Maiden, Metallica, Testament fino ai testi completi dei miei brani preferiti, che ancora oggi mi accompagnano quotidianamente.
Sono io quello "emarginato" da una scuola in cui eravamo al massimo in due o tre su 800 ad ascoltare "la musica giusta", quella che mi faceva sentire un eletto, superiore a tutti gli altri, diverso dagli ignoranti che si limitano a sentire - perchè incapaci di ascoltare - qualsiasi prodotto commerciale lanciato dalla televisione e dalle radio, che sognava di suonare in aula magna per il concerto di fine anno qualcosa di talmente pesante e violento da annichilire tutta la mia classe, tutta la mia scuola, professori in primis.
Sono io quello che perdeva ore ed ore, come un perfetto monaco amanuense, ad incidere e riprodurre ogni scritta sulle preziose TDK da 90, un album per lato che tanto duravano quasi tutti meno di 45 minuti, così preziose che donarle ad una ragazza era praticamente corrispondente ad una dichiarazione d'amore, dichiarazioni che ahimè nel mio caso sono cadute nel vuoto, che forse è meglio così che ogni volta che si paventava un appuntamento con una ragazza c'era un mix tra ansia e fastidio che alla fine rovinava tutto.
Ed, ovviamente, sono io quello che prendeva il suo "tram 19", nel mio caso l'autobus 786, per raggiungere il suo negozio di dischi "Revolver", che tramutava il mio viaggio in una dimensione parallela, completamente astratta dalla realtà, perso in un mondo tutto mio che diveniva il desiderio su cui incentrare tutta la settimana, in attesa di quel weekend che non arrivava mai, in cui riporre e realizzare tutti i sogni e le speranze, e perchè no anche le delusioni, perchè io non avevo un Santiago a consigliarmi e farmi ascoltare le nuove uscite, sempre e costantemente con il walkman alle orecchie in qualsiasi ambito e qualsiasi momento, fosse un mezzo pubblico, una camminata a piedi, addirittura i compiti in classe dopo aver dimostrato che su quei nastri c'era solamente musica e non appunti registrati.

Ovviamente, essendo pressochè coetaneo con l'autore e condividendone persino la città, la mia immersione nel mondo di Polvere è totale, riconoscendone posti e quartieri, ricordando gli stessi profumi, perdendomi per le stesse stradine sterrate di Fregene (in cui, paradossalmente, anche io ho rischiato un ribaltamento 20 anni fa...evidentemente hanno qualche problema), ricordando gli stessi locali fumosi di allora, quale il Palladium, il Circolo degli Artisti in via Lamarmora o il Castello vicino S.Pietro, con gente stipata fino all'inverosimile o quando eravamo 10 paganti, a seconda dell'importanza del concerto, quando nella mia immobilità e nel mio silenzio cervavo, unicamente con sguardo truce che tentava di celare tutta la mia timidezza, di riconoscere una penna famosa che scrivesse su HM tipo Vincenzo Barone o altri giornalisti che mi apparivano più come dei guru spirituali che come dei writer, cosa che ovviamente poi ha spinto anche il sottoscritto nel 1996 ad entrare nella redazione di Metal Shock o a vedere, senza conoscerli, tutti i personaggi della scena metal romana come i fratelli Orlando che sarebbero divenuti i Novembre, Satana dei Defunctis e tanti altri, tutti sotto l'ombra del leggendario Baffo, purtroppo scomparso ormai sette anni fa e senza cui il sottoscritto non sarebbe mai riuscito a sconfiggere i propri limiti fatti di incertezze e timidezza, tutti abbattuti come d'incanto quando fui invitato come ospite fisso nella sua trasmissione "Metal Massacre".

In un crescendo di emozioni, di "ripasso" di quegli anni anche sotto il punto di vista della cronaca, della scena politica o semplicemente di consuetudini o scene che abbiamo rimosso ma che sono latenti nel nostro subconscio (i mobili marroni o seppia...erano in tutte le nostre case...un po' come i televisori della Mivar) e di considerazioni non solo sul mondo della musica ma anche su cinema e libri, si giunge tra flashback ed abili cambi di scena in un'escalation che porta all'inaspettato finale che, come nei film migliori, lascia quell'amaro in bocca che allo stesso tempo è quello che ti permette di ripensarci, di rifletterci sopra e di godersi la lettura in modo completo e totalmente soddisfacente.

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Articolo a cura di Gianluca 'Graz' Grazioli

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