Dream Theater: la storia semiseria del Teatro del Sogno

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Pubblicato il:10/03/2016
Quattro date in Italia e un nuovo disco che ha convinto moltissimi fan: quale occasione migliore per proporvi una biografia dei Dream Theater molto poco seria? Metal.it è andato alla ricerca di tutti i retroscena degli eventi che hanno portato la band a superare i 30 anni di carriera: ecco quello che possiamo raccontarvi...

Introduzione

Che vi piaccia o no (a me piace), i Dream Theater sono tra le band più influenti della storia del metal. Che vi piaccia o no (a me piace) quando il 99% della popolazione mondiale pensa al progressive metal pensa automaticamente ai Dream Theater. Che vi piaccia o no (io non sono ancora sicuro di quanto mi piaccia) i Dream Theater sono cambiati molto nel corso degli anni. Che vi piaccia o no (a me piace) in ogni disco dei Dream Theater uscito finora c’è stato qualcosa che valeva la pena ascoltare, cantare o suonare. Che vi piacciano o no i Dream Theater, comunque, questo articolo ormai è online, dunque mettetevi l’anima in pace, godetevelo oppure saltatelo a piè pari.

Lo scopo di queste righe è raccontarvi, in maniera ben poco seria visto che buona parte di voi già la conosce approfonditamente, la storia di una band che non ha ancora perso la voglia di stupire.



La nascita e il successo

È il 1985 quando la premiata ditta P&P (per gli amici Petrucci e Portnoy), insieme ad un anonimo cinese di cui buona parte del mondo ancora attende di sentire la voce, fonda i The Majesty. Partiti come trio, poco dopo imbarcano nel progetto il giovane tastierista Kevin Moore, uno che con un nome così non può che diventare famoso.
Alla voce, dopo alcuni mesi con un certo Chris Collins, preso più che altro per prenotare i ristoranti a nome dei Genesis, la band recluta il prototipo dell’italoamericano con l’Alfasud, la camicia aperta con pelo a vista e la catena d’oro: mr. Charlie Dominici.

Con questa formazione cambia il nome in Dream Theater e registra nel 1989 il primo vero disco: “When Dream and Day Unite”. Un album che non si è cagato nessuno finché non è diventato figo dire che “erano meglio i vecchi Dream Theater”. Eppure è un disco che ancora oggi merita attenzione e, a dire il vero, anche ai tempi avrebbe meritato sia una produzione che una promozione di maggior valore. Al suo interno si annoverano perle quali “A Fortune in Lies”, “The Ytse Jam” e la suite “The Killing Hand”: brani acerbi ma già in grado di mostrare le potenzialità dei giovani virgulti progressivi.
Durante il tour di supporto al primo album, Portnoy vede sottrarsi per ben due volte le gomme dell’auto, ritrovandola al mattino appoggiata sui mattoni. Dopo aver dato la colpa ai portoricani, però, trova nel baule di Dominici i propri cerchioni: cantante silurato e tutto da rifare.

Disperati, i quattro superstiti si rifugiano in una panineria, dove Myung, insieme a crudo, funghi e salsa rosa, scopre incredibilmente LaBrie. Una scoperta epocale che lo porterà a rinnegare sushi ed alghe e a commentare la vicenda con una frase storica: “Buono”.
Rinnovati nello spirito e nello stomaco, i Dream Theater realizzano in pochi mesi quello che da molti viene considerato uno dei dischi più importanti dell’intera storia della musica moderna: “Images & Words”. Le otto tracce dell’album ridefiniscono per sempre i canoni di un intero genere in meno di 60 minuti. Sarà l’aria, sarà l’acqua, sarà il caffè, fatto sta che i nostri prodi azzeccano tutto: il singolo da traino, le ballad, i brani più cattivi e quelli più intricati. Un disco da brividi che nessuno può permettersi di non avere in casa.

Nel 1994, a soli due anni di distanza dall’ultimo exploit, il cinese si produce in una colorita esclamazione durante le prove. Pur non potendo riportare per decenza il suo commento, è interessante notare come Portnoy sottolinei la cosa dicendo a Moore “Oh, ma allora è sveglio”: una frase da cui nasce “Awake”, altro disco di una bellezza sconvolgente. Un album completamente diverso dal precedente nei suoni, nelle melodie e nell’attitudine, per molti oscuro e per altri semplicemente malinconico, ma per tutti sicuramente splendido. Tuttavia, Moore rimane così sconvolto dall’uscita di Myung che, durante le session di registrazione, matura la saggia decisione di abbandonare una macchina da soldi e gnocca in pieno avviamento per dedicarsi alla composizione di musica improbabile e fare l’artista figo.

Mentre gli amici di vecchia data P&P si stracciano le vesti e LaBrie inizia ad accusare le prime calvizie, Myung avvolto nel suo kimono si limita a un saggio “Contento lui…”. Per lenire il dolore, Petrucci inizia a giocare pesante e, ben presto, finisce per dovere un sacco di soldi a una banda criminale dell’Europa dell’est. Non potendo pagare i debiti, viene obbligato a prendere come tastierista il più tamarro dei cugini degli strozzini che lo inseguono, emigrato in America con lo pseudonimo di Derek Sherinian. Con lui i Dream Theater fanno due cose molto diverse ma entrambe affascinanti: pubblicano una suite di circa 30 minuti dall’altisonante nome “A Change Of Season” (titolo scelto dopo che Portnoy prese il raffreddore per essere uscito di casa senza canotta della salute) e fanno uscire l’album “Falling Into Infinity”. Il disco spiazza completamente i fan della band e, a mio modesto parere, ancora oggi risulta tra gli album più sottovalutati di sempre. Prog al servizio delle canzonette, se volete, ma che canzonette, ragazzi.

Ripagato il debito, Petrucci (che nel frattempo aveva fatto l’abbonamento in palestra e iniziava a gonfiarsi come un bisonte) riesce finalmente a liberarsi dello zingaro tamarro, anche se la band ripiomba nella necessità di rimpiazzarlo. Mentre tutti cercano tra parenti e amici, un astuto personaggio riesce ad infiltrarsi nei ranghi dei Theater: mr. Jordan Rudess. L’accoppiata P&P si innamora perdutamente di lui, ma il furbetto oltre al pianoforte (che maneggia con una classe commovente) si porta dietro un camion di orpelli inutili che piano piano comincerà ad utilizzare nel corso degli anni. Ma di questo parleremo più tardi. La nuova formazione dà vita in pochi mesi a un capolavoro assoluto che risponde al nome di “Metropolis pt.2 – Scenes From A Memory”, il primo concept album della band, che consegna alla storia melodie immortali e riff memorabili e che chiude idealmente il cerchio della prima fase della carriera dei Dream Theater.



La maturità

Il secolo cambia, passano tre anni senza che nessuno decida di andarsene e nel 2002 esce “Six Degrees Of Inner Turbulence”, un doppio album che ancora oggi suscita sensazioni contrastanti. La prima parte vede fare capolino l’anima più metal dei Dream Theater, che da lì in avanti verrà parecchio approfondita, ma anche brani eterei, sperimentali, in quello che forse rimane il disco più “libero” mai fatto da P&P e dai loro amichetti. La seconda parte è una suite di rara bellezza, che non colpisce al primo colpo ma dopo qualche ascolto mostra tutta la propria eleganza. C’è chi dice no, ma nonostante l’evidente cambiamento di stile i nostri ragazzi centrano un altro disco: non epocale ma degno di nota.

Parlavamo dell’anima metal…ebbene, pur non sapendo descrivervi esattamente la storia, in quegli anni Petrucci perde quasi tutte le chitarre. Difficile dire se fosse tornato al gioco o meno, fatto sta che l’unica che gli rimane tra le mani nel 2003 è una impolverata sette corde. Uniamo questa amara vicenda al fatto che Portnoy ami sfogare la ciocca pesante suonando death metal ed ecco che, dal nulla, compare un album tamarrissimo che risponde al nome di “Train Of Thought”. Nonostante i tentativi di LaBrie di far capire agli altri di essere tornato in grado di cantare, mentre Rudess si distrae giocando con l’iPad (anche se non l’avevano ancora inventato) e Myung tenta di mangiare le olive con le bacchette, la premiata ditta P&P decide che si suona il metallo. Fine. Quello che ne viene fuori è un disco con pretese altissime, che tuttavia delude buona parte dei fan e, fondamentalmente, rimane quasi abbozzato, come se avesse dovuto uscire a tutti i costi in fretta.

Passano due anni e, regolarissimi come sempre, i nostri prodi sono pronti a regalarci un altro album, l’ambizioso “Octavarium”. Effettivamente, la genesi di questo disco va analizzata. Da uno bravo. Evidentemente, infatti, il lavoro è frutto di una schizofrenia totale all’interno della band (leggasi: ognuno fa un po’ il cazzo che gli pare). Ad eccezione della suite di genesisiana (nel neologismo, non trovate?) memoria rappresentata dalla title-track, il resto delle canzoni sembra buttato lì un po’ a caso. Si va dal proseguimento della storia d’amore e odio tra Portnoy e la bottiglia (alzi la mano chi prova più interesse per l’evolversi della storia d’amore tra Al Bano e Romina) all’apertura verso lo "splendido" rock del nuovo millennio (Muse, U2 e schifezze varie), dalla furia strumentale al progressive rock di classe. Dunque spunti interessanti ma, tirando le somme, un album incoerente e, ancora una volta, forse fatto uscire troppo in fretta rispetto alle reali esigenze.

È il 2007 e nei Dream Theater tutto va bene. Davanti allo studio di registrazione, Rudess arriva finalmente con il container che per tanti anni ha tenuto nascosto. Aveva preso qualche pezzo qua e là, ma ha deciso che il momento è arrivato e il suo disegno di dominazione del mondo può arrivare a compimento. Nelle ore seguenti scarica più di 2.000 tastiere in ordine crescente di capacità di produrre un suono irritante e le piazza in studio. Nel frattempo, seduto sul prato, il cinese osserva in silenzio tutta la procedura. Quando arriva Portnoy con gli sherpa (che ovviamente portano sulle spalle la batteria) saluta il cinese (che non risponde) e gli chiede: “Cosa sta facendo ‘sto scemo con la barbetta da capra?”. Il cinese alza lentamente lo sguardo verso il compagno e abbozza “Boh”, poi gira la testa verso la strada, dove da una Cadillac rosa scendono un chitarrista ormai talmente gonfio di palestra che fatica a uscire dalla portiera e un cantante calvo ma coi capelli lunghi che legge la brochure di Cesare Ragazzi.
Nei giorni a seguire i Dream Theater si producono nella scrittura e nella registrazione di “Systematic Chaos”, un album caratterizzato ancora una volta da alti e bassi. Tra strizzate d’occhio al mainstream e chitarrone cattivone (oltre alla prosecuzione della storia di Portnoy che sinceramente comincia anche a sfrangiare la uallera), a distanza di anni possiamo tranquillamente affermare che si tratta di un album davvero poco riuscito. Poco male, però, perché il successivo “Black Clouds And Silver Linings” riesce a fare anche peggio, regalandoci davvero poche cose da salvare, tra le quali un intero disco di b-sides composto da cover davvero ben fatto.



Senza Mike Portnoy

Nell’estate 2010, Portnoy si mette ad ascoltare gli ultimi tre dischi. Effettivamente, pensa, non abbiamo fatto grandi cose, magari è meglio prendersi una pausa e ricaricare le batterie, perché possiamo fare molto di più a mente fredda. Un’idea niente male, che viene ovviamente presa malissimo da tutti gli altri. Mike telefona a Petrucci, che fa finta di essere d’accordo. Mentre Portnoy telefona a Myung, che ascolta tutto senza fiatare, Petrucci telefona a LaBrie anticipandogli la cosa. LaBrie si incazza come una biscia e chiama Rudess, che però è già al telefono con Portnoy. Allora LaBrie chiama i giornalisti e gli dice che Portnoy è cattivo. Anche Myung chiama i giornalisti e riattacca senza dire niente. Rudess chiama Petrucci e gli fa sentire il suono delle scoregge farcite fatto in midi. LaBrie chiama tutti gli altri in conference call e gli dice: “Continuiamo senza Portnoy”. Petrucci è titubante, ma alla fine accetta. Myung annuisce. Rudess gioca col Sapientino ed è distratto. LaBrie è d’accordo di default perché ha deciso lui.

Dunque in un soffio Portnoy lascia i Dream Theater. Ebbene, amici, è bene che si ricordi, Mike Portnoy non può essere classificato “solo” come il batterista. Egli ha rappresentato l’anima, la vita e la legge di questa band, ma anche il pagliaccio che rendeva unici i live, oltre a quello che ha fatto innamorare centinaia e centinaia di ragazzini del suo strumento (se leggete il doppio senso pedofilo in quest’ultima frase siete malati, sappiatelo). Il fatto che senza di lui i Dream Theater siano cambiati per sempre non è una teoria, ma un dogma assoluto.



L'era di Mangini

Uscito Portnoy, Rudess fa credere a Petrucci e LaBrie di poter prendere il comando, ma in realtà si appropria dei Dream Theater definitivamente. Myung rilascia delle interviste per la prima volta, anche se secondo molti viene in realtà doppiato e si limita a muovere la bocca. Tutti fanno finta di essere felici, liberi di esprimersi attraverso il songwriting e vogliosi di ricominciare. Peccato che siano ancora senza batterista…così lanciano la splendida idea di riprendere le audizioni e, mentre io sbavo per la possibilità di vedere Marco Minnemann coi Theater, la band sceglie Mike Mangini. Una scelta che dal punto di vista tecnico rimane ineccepibile, ma dettata probabilmente dall’amnesia congenita di LaBrie (non lo sapevate, eh? È un’esclusiva Metal.it!) che, dopo averci messo anni ad imparare il nome del batterista, non voleva cambiarlo.

Fuori Mike e dentro Mike, dunque, mentre tra il 2011 e il 2013 escono “A Dramatic Turn Of Events” e “Dream Theater”, due dischi che metto insieme perché, se evidentemente mostrano un ritrovato entusiasmo per suoni più aperti e melodie di anziana memoria, mostrano anche parecchi limiti dovuti a un songwriting eccessivamente prolisso, all’invadenza di Rudess e all’incapacità di staccarsi da certi cliché che ormai fanno parte del suono Dream Theater dai tempi di Train Of Thought. Inoltre, l’apporto di Mangini sembra praticamente inesistente e anche i concerti, nonostante gli sforzi della band, risentono della mancanza di Portnoy.



Conclusione: il nuovo "The Astonishing"

Giunti al 2016, i Dream Theater sono una band con 31 anni di storia, che merita tutto il rispetto possibile ma che deve effettivamente fare qualcosa di buono per dare slancio agli ultimi anni di carriera.
Petrucci prende in mano la situazione, chiama Rudess e lo obbliga a chiudersi in una stanza insieme a lui per mesi. Una chitarra, un pianoforte, un rotolo di carta igienica, un catalogo Postalmarket e duemila scatole di tonno e fagioli: così nasce "The Astonishing". Un album sinceramente bello, ben scritto, dove finalmente si torna ad avvertire quei brividi che solo chi ama i Dream Theater può sentire.

Tutto l'impegno messo per scrivere della musica degna di nota, però, lascia i nostri eroi completamente scarichi quando si tratta di scrivere i testi. Nasce così la storia imbarazzante di uno dei concept più cretini della storia: ecco un breve riassunto.
In un mondo cattivo, un dittatore cattivissimo governa e non vuole che si ascolti la musica. In una parte del mondo cattivo ci sono i buoni, che sono buoni grazie alla musica. La figlia del cattivissimo si innamora del più buono dei buoni, e intricate vicende con cattivi e buoni di media intensità cercano di ostacolare questo amore. Quando il buonissimo pensa di poter finalmente trombare quasi gli ammazzano la tipa, ma lui la salva grazie alla musica. Il cattivissimo si redime, il bene vince, il buonissimo puccia il biscotto.
Bella vero? Ah, è interessantissimo notare che ciò si svolge nel 2200 e qualcosa, non si capisce bene perchè.

Eccoci alla fine...e tra fan più o meno accaniti, haters più o meno simpatici e stampa di settore come sempre divisa, lo so che chi di voi è arrivato a leggere fino a qui lo ha fatto anche se sapeva a memoria tutta la storia. Perchè noi fan dei Dream Theater siamo così: sempre curiosi, sempre in attesa di una nuova emozione, sempre consapevoli del fatto che il prossimo disco potrebbe essere una schifezza ma anche un capolavoro. Non so cosa succederà nei prossimi annii, ma quello che posso consigliarvi è di goderveli finchè ci sono, perché band così ne nascono poche e, ormai, sembrano in via di estinzione.

Lunga vita dunque al canterino calvo, al palestrato, alla capra irritante, al cinese muto e all’italoamericano con le extention, senza dimenticare chi ha dato tanto ai Dream Theater ma adesso vive su altri palchi.



Quello che non vi può mancare della discografia dei Dream Theater

Album interi:
When Dream And Day Unite
Images And Words
Awake
A Change Of Season
Falling Into Infinity
Metropolis Pt. 2 – Scenes From A Memory
Six Degrees Of Inner Turbulence
The Astonishing

Selezione dei lavori “minori”
Da “Train Of Thoughts”:
As I Am
This Dying Soul (seconda parte della 12 steps suite)
Endless Sacrifice
In The Name Of God
Da “Octavarium”:
The Root Of All Evil (terza parte della 12 steps suite)
I Walk Beside You
Panic Attack
Sacrificed Sons
Octavarium
Da “Systematic Chaos”:
Forsaken
Repentance (quarta parte della 12 steps suite)
In The Presence Of The Enemies pt. I e pt. II
Da “Black Clouds & Silver Linings”:
Wither
The Shattered Fortress (ultima parte della 12 steps suite)
The Count Of Tuscany
Da “A Dramatic Turn Of Events”:
On The Backs Of Angels
Bridges In The Sky
Breaking All Illusions
Beneath The Surface
Da “Dream Theater”:
The Looking Glass
Along For The Ride
Illumination Theory
Articolo a cura di Alessandro Quero

Ultimi commenti dei lettori

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Inserito il 25 apr 2016 alle 13:47

Grandissimo Quero! Sono d'accordo su ogni virgola e mi hai fatto morire dalle risate!!

Inserito il 07 apr 2016 alle 22:52

Strepitosa storia! L'ho pure linkata in post sul mio feisbuk. Genio!

Inserito il 11 mar 2016 alle 09:09

geniale

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