Wasp - The Neon God: Part 1 - The Rise

Copertina 5

Info

Anno di uscita:2004
Durata:52 min.
Etichetta:Metal Is
Distribuzione:Edel

Tracklist

  1. OVERTURE
  2. WHY AM I HERE
  3. WISHING WELL
  4. SISTER SADIE (AND THE BLACK HABITS)
  5. THE RISE
  6. WHY AM I NOTHING
  7. ASYLUM #9
  8. THE RED ROOM OF THE RISING SUN
  9. WHAT I'LL NEVER FIND
  10. SOMEONE TO LOVE ME
  11. X.T.C. RIDERS
  12. ME & THE DEVIL
  13. THE RUNNING MAN
  14. THE RAGING STORM

Line up

  • Blackie Lawless: vocals, guitars
  • Darrel Roberts: guitars
  • Mike Duda: bass
  • Frank Banali: drums

Voto medio utenti

Ho dedicato numerosi e ripetuti ascolti al presente nuovo lavoro degli W.A.S.P.,sia per il personale amore per questa formazione che per e l’ambizioso prodotto che Mr. Lawless ha voluto regalare al proprio pubblico, questo “The Neon God: Part 1 – The Rise”, complesso concept che istintivamente riporta alla memoria un importante precedente quale “The Crimson Idol”. La complessità e lo spessore di questa nuova uscita ha in parte motivato la tempistica riguardante una sua valida analisi, ma non solo, dal momento che le aspettative personali erano molte ed elevate di fronte al presente lavoro. Il risultato di tutto ciò mi ha portato a maturare un giudizio complesso e controverso quasi quanto l’album stesso, in grado ora di esaltarmi ora di deludermi, senza mantenersi costante sull’uno o sull’altro versante. Molte perplessità in definitiva accompagnano questo personale giudizio di fronte ad un disco dal quale onestamente mi sarei aspettato qualcosa di diverso, di più consistente e sensazionale ma che si è unicamente risolto in un mediocre album degli W.A.S.P., quasi anonimo e privo di spiccate doti di personalità e carattere. Un insieme sostanzialmente di tutte le principali caratteristiche di un certo sound della band, quello per l’appunto di “The Crimson Idol”, con tanto di passaggi acustici e buoni spunti melodici nell’inconfondibile cantato di Blackie, ma che, stringi stringi, poco o nulla aggiunge a quanto fatto in passato, un passato dal quale emergono continui riferimenti e rimandi, dando così l’impressione di aver a che fare con un collage di vecchie songs e arrangiamenti. Comincia male l’incipit strumentale e sconclusionato dei primi brani, poco amalgamati e quasi inconcludenti, inutili anticipazioni di quanto si ripeterà poi, fino alla noia, all’interno dell’intero disco. Idee piatte e spesso ripetute si susseguono in continuazione, brani lunghi alternati a brevi passaggi per rendere meglio l’idea di concept, dove i soliti accordi fanno da sfondo alla solita linea vocale interrotta dai soliti assoli di chitarra. Insomma, va bene la coerenza e tutto ciò che essa comporta, ma da qui a scadere nella ripetitività il passo è breve e la sensazione di aver a che fare con un disco, a tratti valido e anche gradevole, ma in buona sostanza inutile, si fa minacciosamente avanti anche col ripetersi degli ascolti.
Dall’imbarazzo di fronte a un episodio del genere non poteva che scaturire un giudizio poco brillante ispirato da un disco altrettanto opaco e monotono, a mio personale avviso deludente.
Recensione a cura di Marco 'Mark' Negonda

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