Le Mille ed una ... nota!
Ecco che l'appassionato e fedele (e chi altri se lo piglia?!?!) Marco "Aimax" Aimasso, festeggia la millesima recensione.
Come la bella e saggia Shahrazàd, per non perdere la propria innocenza il nostro Aimax ha dovuto snocciolare una dietro l'altra un migliaio di recensioni, peccato però che nessuno dei nostri lettori / lettrici abbia perso la testa (
leggasi: si sia fatta prendere a pietà!) per lui, uno dei più affidabili writer della Gloria, colui che negli anni ha rivelato di essere un vero cultore delle recensioni dalle lunghezze smodate, ed impregnate da mille (
arridaie!) riferimenti e colte citazioni.
Scherzi a parte, è bello vedere come la passione per il Metal, ma anche in maniera più estesa per la Musica nel suo complesso, possa sopravvivere nel tempo, mantenendo quell'impeto e quel pizzico di ingenuità con cui si erano mossi i primi passi.
Poco sotto trovate riportate sia la sua prima recensione postata su questo portale, risalente al 04 marzo 2004, sia l'ultimissima, quella sulla quale sono state appena spente le 1000 candeline.
Ma prima... un ultimo invito al nostro STAFF:
ed ora sotto il prossimoSeventh Key - The Raging Fire (2004)
I
Seventh Key sono la band del bassista / cantante dei Kansas Billy Greer e del chitarrista ex-Streets / Steelhouse Lane Mike Slamer, con l'apporto alle background vocals di Terry Brock, che qualcuno ricorderà tra le fila degli Strangeways (e autore tra l'altro di un pregevole disco solista - "Back to Eden" nel 2001), nonché collaboratore dello stesso Greer nella all-star band The Sign con Mark Mangold (American Tears / Drive She Said) e Randy Jackson (Zebra) artefici, qualche anno fa, di uno splendido lavoro - priorità assoluta per ogni hard rock de-luxe fan che si possa definire tale. Quando talenti musicali come quelli coinvolti nei Seventh Key si uniscono in un progetto comune, il risultato non può che essere un piccolo capolavoro di rock melodico e di classe. Il loro debutto auto-titolato del 2001 mi aveva letteralmente entusiasmato, ma questo follow-up mi sembra addirittura superiore, merito della qualità sempre elevatissima delle canzoni e di un amalgama e una maturità che la band forse prima non aveva raggiunto completamente. Billy Greer si conferma vocalist extraordinaire e il "colore" e l'emozione che riesce ad esprimere con la sua voce sono di assoluta eccellenza. Mike Slamer è un chitarrista (e tastierista) di grande talento e gusto, sia nella fase ritmica che in quella solista (esemplare il break centrale in "The Sun Will Rise" caratterizzata anche da un'ottima punteggiatura tastieristica). Tutto il disco è costruito sul contrasto tra le perfette armonie vocali di Greer (e Brock) e il sapiente guitar work di Slamer. "Always From The Heart" è un piccolo compendio di come si realizza un anthem di chic hard rock; è forse la canzone (con "An Ocean Away") più commerciale dell'intero lavoro, con un coro ultra-melodico che difficilmente riuscirete a sradicare dal vostro cervello. La title track è sensazionale: inizio lento con arpeggio di basso e "riff" di pianoforte ammaliante, ingresso di batteria e voce che conducono ad un refrain e coro stellari e ancora un ottimo solo ad opera di Mr. Slamer. "Sin City" è più hard rock in senso tradizionale; "It Should Have Been You" è la ballad del disco (per tutti voi inguaribili romanticoni); "Run" è un ottimo esempio di "arena-rock" anni '80 e "Winds of War" è un altro hard-rock item di grande valore, che dopo un introduzione lenta - chitarra acustica / voce, esplode in un potente intreccio che coinvolge tutta la band. "Pyramid Princess" è l'episodio più atipico nell'economia dell'intero cd, con il suo incedere quasi epico e un break orientaleggiante e "kashmiresco" se mi passate il neologismo...
La produzione, ad opera dello stesso Slamer è cristallina e perfetta per il genere proposto. Se siete amanti di questo suono, levigato ma al tempo stesso muscolare, melodico ed intenso, "The Raging Fire" non può che essere quindi un acquisto obbligato.
OSI - Fire Make Thunder (2012)
Ci sono gruppi che sembrano nati per intrattenere, altri che non vedono l’ora di dimostrare quanto sono bravi con i propri strumenti, altri ancora che puntano tutto sull’aggressività o sulla malinconica drammaticità del loro animo compositivo.
Poi ci sono band
sfuggevoli come gli
OSI, davvero complicati da decifrare, nelle loro strutture soniche amniotiche, sature di squarci lisergici, cellule
prog-metal e pulsazioni elettroniche.
In questi casi, come ho già sostenuto in passato, la soluzione migliore è quella di non sforzarsi di
comprendere e affidarsi ad un ascolto completamente libero da punti di riferimento consolidati, fluttuando in questa materia visionaria, nebulosa, densa e vibrante, dedicando il giusto tempo ad una valutazione in cui i sensi devono essere gli unici giudici della contesa.
Ebbene, le parole che seguono sono il frutto di tale personale esperienza e se un’analoga sperimentazione mi aveva fatto entusiasmare per “Blood”, inducendomi a considerarlo l’apice della parabola artistica dell’
Office Of Strategic Influence, oggi non nutro la stessa sensazione di turbamento ed eccitazione per questo nuovo “Fire make thunder”.
Individuare i motivi della mancata esaltazione è, visti i presupposti, qualcosa che prescinde da considerazioni in qualche modo “oggettive” (per quanto possa essere legato a tali
pragmatici aspetti qualunque tentativo di recensione musicale!) e risulta veramente arduo … posso solo dire che stavolta le sensazioni sono rimaste spesso confinate ad un
galleggiamento a livello epidermico, non riuscendo a raggiungere gli strati più profondi dei tessuti emotivi.
Stima e ammirazione per Matheos, Moore e Harrison rimangono immutate, perché il primo
full-length vero e proprio targato Metal Blade conferma ancora una volta la loro idiosincrasia congenita nei confronti dell’
ovvio e perché, comunque, esso rappresenta un modo eccellente per immergersi in una dimensione grondante di mistero, vigore e mesmerica desolazione, ma qualcosa non deve aver funzionato in maniera perfetta se, alla fine, sul taccuino delle “menzioni d’onore”, invece dell’intero programma trovano spazio una manciata di titoli, mentre gli altri si assestano nel campo “dell’aurea mediocrità”.
I momenti maggiormente riusciti, in cui
trasporto e
contemplazione raggiungono le vertiginose vette consone alla prestigiosa vocazione del gruppo, si chiamano “Guards” (illuminata propaggine della gradevole
opener), un incantesimo glaciale, acido e incandescente, gravido di sinistri presagi, "Enemy prayer” un esempio piuttosto convincente di
mystical metal-prog e “Invisible men”, un
gioiellino impregnato di armonie espanse, di
watts metalliferi e d’ispirati fremiti Floyd-
iani, e anche l’indolente inquietudine
esistenziale diffusa da “Indian curse” e il suggestivo svolgimento etereo di “Wind won't howl”, possono essere annoverate tra le situazioni capaci di scatenare sussulti di viscerale partecipazione.
Un piccolo passo indietro per gli OSI, dunque, che restano un “progetto” assai interessante e propositivo, forse “incomprensibile” (e non solo per chi intende il
prog esclusivamente come virtuosistica e intellettualistica ostentazione tecnica …) eppure sicuramente affascinante, proprio come tutte le creature
seducenti,
ritrose ed
enigmatiche.