(30 gennaio 2017)Dream Theater - 30 Gennaio 2017 (Auditorium Parco della Musica - Roma)

I Dream Theater si sono esibiti ieri a Roma, nella sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della musica, location che può ospitare fino a 1800 persone.

L’inizio del concerto è previsto per le 20,30, ma impedimenti familiari non mi permettono di arrivare prima delle 20,15. Vabbeh ma si sa che di solito gli orari non vengono rispettati e spero di avere qualche minuto di respiro. Il tempo di salutare un paio di amici, ritirare i biglietti prepagati alla cassa, aggirare un paio di code formatesi nell’area guardaroba e mi ritrovo al mio posto in galleria laterale, molto laterale, praticamente sopra al palco, tanto da poter sbriciare tra gli spartiti di Jordan Rudess.

Ore 20.30 in punto, si ferma la musica di sottofondo, si spengono le luci, comincia l’esibizione. Precisi come un orologio svizzero!

Ad aprire le danze è The Dark Eternal Night da Systematic Chaos seguita da The Bigger Picture (Dream Theater). Viene eseguito un brano per ogni album, ad eccezione di 3 pezzi presi dall’ultimo The Astonishing. Simpatica l’esecuzione di As I am, cui agganciano per qualche secondo Enter Sandman dei Metallica.

Questa prima parte del concerto si sviluppa per circa 1 ora, si riscalda l’ambiente, si carica il pubblico, e naturalmente si allunga un’esibizione che non poteva concentrarsi solo su Images and words. L’impatto sonoro è molto forte e l’impressione è che neanche l’Auditorium sia la location adatta a questo genere di eventi. Alcuni commenti post-concerto ribadiscono che è sempre meglio del Palalottomatica, ma la conclusione cui purtroppo si giunge è che nella stagione invernale i concerti al chiuso non rendono al meglio per la mancanza a Roma di strutture adeguate ad ospitarli. I Dream Theater neanche a dirlo sono delle macchine da guerra, ed eseguono impeccabilmente il repertorio proposto.

Qualche piccola sbavatura forse per James LaBrie, che in un paio di occasioni non riesce a mantenere il tono giusto, ma l’età passa per tutti e considerando la difficoltà di esecuzione ci può anche stare. Per il resto il vocalist canadese fa la sua parte, non è sicuramente un frontman che trascina la platea, ma riesce comunque a interagire col pubblico in maniera egregia, rifugiandosi spesso in una sorta di camerino posto accanto alla batteria quando non è richiesta la sua professionalità. Ed è in quei momenti che entrano in gioco la spettacolare performance tecnica di John Petrucci, l’esecuzione perfetta di John Myung, al quale si può criticare solo l’eccessiva immobilità, neanche lo avessero inchiodato sul palco. E poi la rivelazione dello scatenato Mike Mangini, che in un paio di occasioni si cimenta in assoli di batteria che credo non abbiano fatto rimpiangere Portnoy. Bravissimo poi Rudess alle tastiere. Ognuno trova il suo spazio, ognuno ha il suo momento, immancabilmente messo in evidenza dalle luci, eppure sono solo gli ingranaggi di una macchina più articolata e complessa che lavorando insieme riescono a raggiungere un risultato perfetto.

Dopo la prima ora di esecuzione, tutti a bere un tè caldo, e a fare lunghe file ai bagni. Si riparte dopo circa 15 minuti. Finalmente è il momento di Images and Words. L’introduzione è fantastica: in sottofondo si sente il dj di una radio che alterna pezzi storici tratti da album che tra il 1991 ed il 1992 hanno scritto la storia del rock: Ten dei Pearl Jam, Nevermind dei Nirvana, Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot, Black Album dei Metallica, e altri ancora. Poi la voce del dj introduce finalmente Pull me under, e per un attimo mi ritrovo a pensare al video che passava sull’allora Videomusic: quanta nostalgia!

L’impatto è fortissimo, non solo per l’emozione, ma anche sonoro con la chitarra di Petrucci che prende una sonorità pesantissima, veramente metal. Una dopo l’altra vengono eseguite tutte le tracce di uno dei più grandi album di sempre. Bellissima Metropolis pt. 1 con l’assolo di Mangini, sensuale e malinconica Wait for Sleep. Tecnicissime tutte quante: Another day, Surrounded, Under a glass moon.

Peccato che su Take the time la frase in italiano (ora che ho perso la vista ci vedo di più) sia stata affidata alla voce registrata dell’album e non direttamente al pubblico italiano. Il finale con Learning to live è da brividi e dà a tutti i componenti della band l’occasione di esprimere la propria bravura grazie ancora al gioco di luci che punta ogni volta al protagonista del momento.

Al termine dell’esecuzione standing ovation per tutti. Mangini infervorato non sapeva a chi dare i resti, sembrava quasi andare dagli altri a chiedere di suonare ancora tanto era carico. Presto fatto, dopo alcuni secondi eccoli di nuovo tutti sul palco, ma l’esecuzione di A change of seasons è lunga, troppo lunga, e tecnica per un concerto che forse aveva già raggiunto il culmine sulle note finali di Learning to live. Il risultato finale è che si viene ad appesantire un’esibizione fino ad allora quasi perfetta ed il pubblico si accascia stremato sulle poltroncine dell’Auditorium prima di alzarsi definitivamente ad omaggiare, salutare e ringraziare una band unica nel suo genere.

A cura di Carlo Spadafora

Parte 1:
The Dark Eternal Night
The Bigger Picture
Hell's Kitchen (First full live performance since 1998)
The Gift of Music
A Life Left Behind
Our New World
Guitar Solo (John Petrucci)
The Spirit Carries On
Bass Solo (John Myung)
As I Am (with excerpt from Enter Sandman)
Breaking All Illusions

Parte 2:
Pull Me Under
Another Day
Take the Time
Surrounded
Metropolis Pt. 1: The Miracle and the Sleeper (with drum solo by Mike Mangini)
Under a Glass Moon
Wait for Sleep
Learning to Live
Encore:
A Change of Seasons


Immagine

Ultimi commenti dei lettori

Avatar Inserito il 03 febbraio 2017 alle 15:59

ahahaah, saresti linciato :D

Avatar Inserito il 02 febbraio 2017 alle 21:25

no comment.. parlo solo in presenza di un avvocato

Avatar Inserito il 02 febbraio 2017 alle 16:35

e non hai letto le impressioni del concerto di ieri da parte del nostro Gab :D

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