(13 giugno 2016)"The End": Black Sabbath, Arena di Verona, 13 giugno 2016

Ormai ero rassegnato.
Rassegnato a rinunciare ad un concerto che definire epocale sarebbe riduttivo, tra l’altro a pochi chilometri da casa.
Rassegnato a passare a miglior vita senza aver mai assistito ad uno show dei Black Sabbath con Ozzy come frontman.

E invece, siccome le vie del Signore sono infinite -non preoccupatevi, non mi sono convertito: si fa per dire-, ecco aprirsi un insperato spiraglio a poche ore dal calcio d’inizio. Così, portando a termine una meschina manovra speculativa ai danni di una Collega e amica in grave difficoltà psicofisica [nota per Monica: scherzo, è stata una trattativa condotta in piena buona fede! Ti racconterò, e comunque ti voglio bene], riesco a recuperare due inestimabili biglietti per l’Arena.
Non resta che pigliare in fretta e furia lo scooter, raccattare il Manto, fido compagno di mille concerti, e partire alla volta di Verona.

RIVAL SONS
Nemmeno a farlo apposta, il tema de “Il buono, il brutto, il cattivo” attacca nel preciso istante in cui ci accomodiamo sullo scranno del parterre. Tutto farebbe pensare ad una di quelle serate nate sotto una buona stella, non fosse per qualche nuvola un po’ scuretta per i miei gusti (non sono razzista, sia chiaro) e per alcune gocce di pioggia, che fortunatamente non si tramuteranno mai in temporale vero e proprio.

Nel frattempo i Rival Sons e il loro rock dal forte taglio vintage, in perenne bilico tra tentazioni hard e retaggi blues, si rivelano antipasto piuttosto succulento. Anche il resto del pubblico sembra apprezzare brani come “Secret” o “Tide Up”, senz’altro efficaci nel tratteggiare un ideale punto d’incontro tra Led Zeppelin e Grand Funk Railroad.
Nondimeno, col passare dei minuti emerge il carattere fortemente derivativo delle composizioni, vieppiù svilite da qualche velleità psichedelica di troppo.

Nulla di grave comunque, tanto che mi riprometto di approfondire la loro discografia.
Ci penserò poi, in ogni caso: ora come ora ho un appuntamento con la Storia.

BLACK SABBATH
Ore 21:00 in punto: le luci si spengono, l’enorme maxischermo posto dietro al palco proietta un filmato in CGI (pare esser l’ultima moda tra i gruppi con un minimo di budget)… e si ode il rintocco di una lugubre campana.
L’ultimo sabba in terra italica può finalmente avere inizio.

Quello di “Black Sabbath” -la canzone- non sarà certo l’ultimo riff immortale del concerto, ma vi assicuro che il godimento che provo nell’ascoltarlo lambisce i confini dell’esperienza mistica.
Siccome mi ritengo una persona pratica, non posso comunque esimermi dal considerare elementi meno trascendenti: nello specifico, accertarmi che Ozzy non cada di faccia dopo trenta secondi di concerto. Nonostante una colonna vertebrale sempre più curvilinea, il Principe delle Tenebre proveniente da Birmingham sembra tuttavia a suo agio, anche dal punto di vista squisitamente vocale. Speriamo continui così.

Altrettanto può dirsi dei suoi compagni di ventura: Tommy Clufetos non avrà il dinamismo e la fantasia di Bill Ward, ma mette quasi spavento per la protervia con cui percuote le pelli del drumkit. E che dire di Geezer e Tony? Quando il brano sfocia nella proverbiale accelerazione strumentale non possiamo che rimanere ammirati dalle sguscianti dita del bassista e dalla plettrata di ferro del chitarrista.
Si tratta di qualità che ogni fan della band conosce sin troppo bene, e che vengono ulteriormente sublimate dalle successive “Fairies Wear Boots” e “After Forever”, condotte in porto brillantemente.
Sempre fenomenale, poi, la cornice dell'Arena, così come la resa sonora (anche se un pelo di volume in più non l'avrei disdegnato).

Sarò un inguaribile pessimista, ma all’altezza della fenomenale doppietta “Into the Void” / “Snowblind” mi pare di udire i primi scricchiolii da parte dell’ormai ex coniuge di Sharon (a proposito, è dal 20 agosto 2005 che te lo volevo dire: sei insopportabilmente brutta e antipatica, tié!).
Invece, in barba ai miei timori da menagramo, Ozzy riesce a rimanere in bilico sull’orlo del baratro canoro, senza cadervi mai. Il mirabile risultato, tra l’altro, viene raggiunto in autonomia: a meno che l’orecchio non m’inganni, non mi sembra di percepire doping vocali più o meno occulti, circostanza sempre più rara oggidì. Chapeau.

Se possibile, il livello di goduria subisce un ulteriore incremento allorquando giunge il suono delle sirene a squarciare l’aere. È la volta di “War Pigs”, che nemmeno val la pena descrivere: le voci dei presenti, che ne intonano lyrics e melodie con immenso trasporto, raccontano la grandezza del brano molto meglio di quanto non possa fare io.
Behind the Wall of Sleep” e “N.I.B.” mi convincono che quella di stasera altro non è se non una celebrazione dei primi, gloriosi anni della band, senza concessione alcuna a nulla che sia successivo al 1972. “Rat Salad” (con annesso drum solo, lunghetto anzichenò, ma bisognerà pur far rifiatare gli altri, no?) e la magistrale “Iron Man” parrebbero suffragare l’assunto…

… e invece colpo di scena: i Sabbath estraggono dal cilindro la chicca “Dirty Women”, che in verità stento a riconoscere, tanto impolverati e frammentari sono i ricordi che mi legano a lei. Così facendo, dunque, si amplia in modo drammatico l’orizzonte temporale della setlist, proiettando sulla stessa un accecante raggio di modernità: addirittura, un pezzo del ’76! Ma allora, già che c’eravate, non potevate ripropormi anche “Sabbath Bloody Sabbath” e “Symptom of the Universe”, giusto per citare le prime due che mi vengono in mente?

Ok, la smetto e torno a scrivere dell’esibizione, che tra l’altro sta per toccare il suo apogeo.
Posso giurarvi che, nell’attimo in cui sul maxischermo compare una pila di teschi e Iommi attacca con “Children of the Grave”, un unico pensiero squarcia la mia mente: "sto osservando il più grande riff-maker della storia del rock eseguire uno dei più grandi riff della storia del rock". Mica male, che dite?

I quattro lasciano il palco, ma senza aver prima sentito quella canzone lì non se ne va proprio nessuno.
Eccola: “Paranoid”, inno senza tempo che chiude il sipario su uno show memorabile.

La scritta “The End” alle spalle dei musicisti lascia inevitabilmente un sapore agrodolce in bocca, tra note di soddisfazione per lo spettacolo appena conclusosi e sentori amarognoli per la consapevolezza che, almeno all’interno dei patri confini, la storia si chiude qui.
Non vorrei buttarla sul retorico, né tantomeno scadere nel lacrimevole, ragion per cui mi limiterò a porgere un ringraziamento di cuore ad una delle band che più ha dato al genere che tanto amiamo.
Vi siamo tutti debitori, cari Sabbi Neri: non ci foste stati voi, il mondo sarebbe un posto infinitamente meno interessante dal punto di vista musicale.

Una lacrimuccia, in fondo, ci può anche stare.

BLACK SABBATH setlist:
1 – Black Sabbath
2 – Fairies Wear Boots
3 – After Forever
4 – Into the Void
5 – Snowblind
6 – War Pigs
7 – Behind the Wall of Sleep
8 – N.I.B.
9 – Hand of Doom
10 – Rat Salad (with drum solo)
11 – Iron Man
12 – Dirty Women
13 – Children of the Grave
Encore:
14 – Paranoid

Ultimi commenti dei lettori

Avatar Inserito il 22 giugno 2016 alle 08:49

Non mi hanno mai fatto impazzire, anche se 13 devo dire che mi piace ma l'ultimo sabba in terra italica non me lo potevo perdere. Ed è stato pure un bel concerto (l'Arena gioca sempre la sua bella parte!).

Avatar Inserito il 19 giugno 2016 alle 01:39

Io c'ero. Non posso che sottoscrivere! Nonostante Ozzy facesse sempre le solite mossette ripetute all'infinito, almeno sul piano vocale non ha avuto intoppi. Contento ed emozionato di averli visti almeno una volta nella vita, pur se verso il viale del tramonto...Grandi Sabbath, vi...

Avatar Inserito il 18 giugno 2016 alle 12:17

"Vi siamo tutti debitori, cari Sabbi Neri: non ci foste stati voi, il mondo sarebbe un posto infinitamente meno interessante dal punto di vista musicale."

grande Marco.
gli amici che hanno assistito al concerto l'hanno pensata come te in tutto e per tutto

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Report a cura di
Marco Cafo Caforio
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