Black Jack - Black Jack

Copertina Quattro brani per poco più di diciassette minuti, eppure ampiamente sufficienti per comprendere di che “stoffa” sono fatti i Black Jack di Teramo.
Si tratta di un tessuto dalla trama “nobile”, forte, ruvida eppure “stranamente” anche così “morbida”, nonché, nella sua foggia “classica”, incredibilmente accogliente, almeno quando essa viene confezionata con tanta dedizione, passione, grinta ed entusiasmo.
Non dimentichiamo, poi, un’imprescindibile dotazione “vocazionale”, talmente sostanziosa da sorprendere (e allietare chi, come me, ama queste cose e ha già qualche “annetto” sul groppone!) in maniera abbastanza significativa, vista “l’innocenza” anagrafica del quartetto in questione.
Di che cosa stiamo parlando? Beh, di quella che qualcuno assai superficialmente potrebbe definire “la solita vecchia roba”, di un rock duro che si abbevera alla fonte della tradizione (qualche nome? Whitesnake, Led Zeppelin, AC/DC, Deep Purple, Queen, Van Halen …, ma l’elenco potrebbe essere molto più nutrito!) e non per questo si limita ad un atteggiamento didascalico nei suoi confronti, di un linguaggio tutto sommato “semplice” nelle “locuzioni” (musicali) che sceglie di utilizzare, ma assolutamente non “ingenuo” nei “concetti” che riesce a trasmettere.
Trascinanti, coinvolgenti e artisticamente molto più “maturi” dei loro 20,5 anni d’età media (come, forse con un pizzico di legittimo “orgoglio”, dichiarano nella bio allegata all’autoproduzione), i Black Jack mescolano un’evidente assimilazione “storica” con l’istinto e l’urgenza comunicativa del ruolo che interpretano, quello di esordienti che vogliono a tutti i costi far ascoltare quello che hanno da dire, anche in un “dibattito” sonoro dove abbondano i “saggi” ancora incredibilmente integri, “affamati” e credibili, oltre che, ovviamente, dotati di una superiore forza attrattiva nei confronti del pubblico di settore.
Sarebbe un vero peccato, però, nonostante quanto appena affermato, che gruppi come questo, finissero per non ricevere la giusta attenzione a causa di un mercato forse un po’ troppo “affezionato” ai “grandi” nomi, perché, lo ripeto, le quattro tracce di questo Cd autoprodotto sono veramente convincenti, pilotate da un chitarrista di rango superiore (già eccellente, il suo gusto estetico e tecnico non può che migliorare con l’esperienza!), sostenute da una solida sezione ritmica e interpretate con dovizia da un cantante dall’ugola decisa e abbastanza peculiare, che dovrebbe solo ottimizzare leggermente il suo rapporto con la lingua inglese.
Egregi nel tiro di “Down without a bone”, molto capaci quando devono svelare la propria sensibilità romantica con “My sweetest summer”, avvincenti con le pulsazioni hard-funk-blues di “Ride on” (arricchito da un’intrigante armonica e un contagioso refrain), i nostri diventano praticamente irresistibili grazie alla forza espressiva del riff e del solo di “The night as gone”, un numero di fronte al quale è parecchio difficile rimanere impassibili.
Cosa potrebbero fare i ragazzi abruzzesi con un repertorio più ampio, una produzione all’altezza (buona comunque la resa sonora) e una promozione adeguata? Secondo me molto, e mi auguro sinceramente che la mia ipotesi possa essere verificata al più presto.

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Genere: Hard / Rock / AOR / Glam
Anno di uscita: 2008
Durata: 17 min.
Tracklist:

  1. DOWN WITHOUT A BONE
  2. THE NIGHT AS GONE
  3. MY SWEETEST SUMMER
  4. RIDE ON

Line up:

  • Paolo Ceritano: vocals, harp
  • Mario Alessiani: guitars
  • Lidio Pietrofaccia: bass
  • Lidio Mancini: drums

Voto medio utenti: Nessun voto

7,5
Recensione a cura di
Marco Aimasso
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