Dream Theater - Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory

Copertina 9,5

Info

Past
Anno di uscita:1999
Durata:77 min.
Etichetta:Elektra

Tracklist

  1. REGRESSION
  2. OVERTURE 1928
  3. STRANGE DEJA VU
  4. THROUGH MY WORDS
  5. FATAL TRAGEDY
  6. BEYOND THIS LIFE
  7. THROUGH HER EYES
  8. HOME
  9. THE DANCE OF ETERNITY
  10. ONE LAST TIME
  11. THE SPIRIT CARRIES ON
  12. FINALLY FREE

Line up

  • James LaBrie: vocals
  • John Petrucci: guitars
  • John Myung: bass
  • Jordan Rudess: keyboards
  • Mike Portnoy: drums

Voto medio utenti

IL BIVIO

Il 1999 potrebbe essere definito “l’anno della svolta” per i Dream Theater. I 5 progsters più famosi del pianeta sono reduci da momenti difficili, che li hanno portati, dalla pubblicazione del monumentale “Awake” del 1995, ad intraprendere un periodo burrascoso, in cui la stesura del nuovo album ha cozzato con mille problemi: forti divergenze con una label invadente, l’abbandono di Kevin Moore alle tastiere, che li ha portati ad assumere il bravissimo, ma forse poco adatto, Derek Sherinian, ed infine la pubblicazione di un album, “Falling Into Infinity”, troppo gravato da tutte queste vicende, che ha rischiato di snaturare il sound della band. Un album che, seppur rivalutato a posteriori, ha diviso e non poco la critica ed i fans dei DT, causato tensioni interne al limite del sopportabile, fino a portare lo stesso Mike Portnoy ad un passo dall’abbandono della nave madre, complici anche i suoi problemi legati alla dipendenza dall’alcool. Insomma, i Dream Theater nel 1999 si trovano nella classica situazione “o la va o la spacca”: sarebbero riusciti a ritrovare il famoso bandolo della matassa, sfornare un album convincente e riprendere in mano le fila del proprio destino, oppure sarebbero affondati, schiacciati da una serie di sfortunate coincidenze, perdendo per strada la loro identità musicale?
Per fortuna dei fans, e loro propria, Petrucci e soci decidono di giocarsi il tutto per tutto. Riescono finalmente ad ingaggiare alle keys Jordan Rudess, tastierista funambolico già precedentemente audizionato (ma al momento impegnatissimo in altri progetti) e già compagno di avventure di Petrucci e Portnoy nel side project Liquid Tension Experiment; gli stessi Mike e John decidono di prendersi carico della produzione, togliendo di mezzo qualsiasi ostacolo, filtro o pressione della label, ed i cinque tornano “sul luogo del delitto”, ai Beartracks Studios, per tentare di giocarsi l’ultima carta. Ne viene fuori un disco che, a detta di tutti, è forse il migliore della loro discografia.

IL TITOLO

Metropolis part 2: Scenes From a Memory” riprende nel titolo la magniloquente “Part 1: the Miracle and the Sleeper”, capolavoro di “Images and words”, a cui l’epiteto “part 1” era stato affibbiato quasi per scherzo… Niente di più sbagliato! I fans di mezzo mondo iniziano una guerra di parole, chiedendo a gran voce il seguito del piccolo capolavoro targato 1992, ed i Dream Theater li accontentano con un intero concept album, che solo in parte riprende ed amplifica la storia, le linee vocali ed i riffs portanti del primo capitolo.

LA COPERTINA

Enigmatica e, a mio avviso, bellissima, ritrae il viso del protagonista, Nicholas, come il risultato di un collage di immagini di altra gente, come a significare che la storia di ognuno è fatta dalle storie di tanti altri… Suggestiva, intrigante, misteriosa, e perfettamente in tono con la trama che, premuto il tasto play, si andrà a dipanare…

LA STORIA

Una storia costruita a regola d’arte, e basata sulle strane visioni ed incubi notturni di Nicholas, un giovane uomo che, grazie a delle sedute di ipnoterapia, scoprirà di essere la reincarnazione di Victoria, una ragazza vissuta negli anni ’20 e morta in circostanze misteriose proprio nel 1928. Nel corso dell’album, Nicholas riuscirà a ricostruire la turbolenta storia d’amore di Victoria, divisa tra due fratelli tanto diversi tra loro quanto simili nella loro lucida follia, fino ad un epilogo drammatico per lei, e non privo di conseguenze per Nicholas stesso, che risentirà in maniera indelebile di quello che ha scoperto… Non vi svelo il finale, in caso non abbiate mai ascoltato l’album, ma vi giuro che il plot ha dell’avvincente, ed il colpo di scena finale è assicurato quanto inaspettato!

LA MUSICA

Dal punto di vista musicale, i Drema Theater recuperano le loro radici: questo album è un tripudio di prog-metal allo stato puro, ed i nostri sembrano ritrovare la perduta vena compositiva, riallacciando il discorso musicale ai fasti di “Images and Words” e “Awake”, pur conservando una certa quota di improvvisazione nelle partiture, figlia sicuramente dell’esperienza nel Liquid Tension Experiment. Un metodo di lavoro in cui, a quanto pare, Petrucci, Rudess e Portnoy si adattano perfettamente, visto che l’album sprigiona una carica, un’intensità ed una perizia mai sentita prima. Sin dall’opener “Overture 1928”, verremo risucchiati in un vortice di Musica dall’altissimo contenuto tecnico e compositivo, non scevra di rimandi alla part 1, ma infarcita di preziosi momenti di alta ispirazione, come non se ne sentivano da tempo. James LaBrie interpreterà, con sfumature diverse nell’uso della voce, i vari ruoli della storia, portando l’ascoltatore per mano all’interno di un vero e proprio film in musica. Stupende ed imprescindibili perle prog-metal quali “Strange Deja-Vu”, “Fatal Tragedy”, la potentissima “Beyond this Life”, la magniloquente “Home”, vero ideale seguito di Metropolis pt.1. Non manca la traccia strumentale, ed è qualcosa di inumano: “The Dance of Eternity” lascia sbalorditi quanto a bravura, in una composizione talmente intricata da perderci la testa…. Come ogni capolavoro che si rispetti, troviamo anche due tracce soft, e sono due piccole perle: “Through her Eyes”, che narra la morte di Victoria vista dagli occhi di Nicholas, è piena di struggente malinconia; “The Spirit Carries On” è universalmente riconosciuto come uno dei più bei brani dei DT, con il suo incedere PinkFloydiano, ed un chorus da brividi, per non parlare dell’assolo di Petrucci, letteralmente commovente quanto ad intensità. Chiude il capolavoro un brano semplicemente fantastico, ossia “Finally Free”, in cui i DT riprendono e concludono le fila della trama, con tanto di colpo di scena finale, e con tanto di culmine creativo, lasciando davvero a bocca aperta l’incauto ascoltatore, che, come il sottoscritto, si vedrà costretto a riprendere l’ascolto daccapo, per almeno due - tre volte, prima di riuscire a raccapezzarsi in mezzo a tutto questo ben di dio…

THE MIRACLE AND THE SLEEPER

Il miracolo, insomma, è riuscito: riuscire a risvegliare il dormiente, il Teatro dei Sogni, e riuscire a ridargli la dignità, la personalità, il merito che gli spetta. Quest’album è un piccolo gioiello di prog-metal, da allora punto d riferimento per moltissime bands. Nondimeno, “Scenes from a Memory” ha dalla sua anche l’invidiabile qualità di aver aperto le porte ai DT al mercato più commerciale, grazie ad un gusto ritrovato per le belle melodie, e a due lenti trascinanti e ruffiani. Insomma, una di quelle produzioni benedette dagli déi, che ha segnato la nuova fase della band: da “Scenes” in poi, Rudess diverrà il pilastro compositivo del nuovo corso, Petrucci e Portnoy i produttori-tiranni, e Myung e LaBrie ottimi esecutori di una musica che, lentamente ma inesorabilmente, comincerà ad avere figli e figliastri... Capolavoro.
Recensione a cura di Pippo 'Sbranf' Marino
Buona Ripresa

Per quanto Jordan Ruddess non sarà mai Kevin Moore(tastierista molto più emozionale e imprevedibile),sicuramente risulterà essere il miglior rimpiazzo possibile.L'album è il primo concept della band che fa il verso alla lontana a"Operation:Mindcrime"&"The Wall"e al film "Dead Again"di K.Branagh e il risultato,per quanto pieno di inutili virtuosismi che rovinano la parte descrittiva della storia,è vincente con crescendo da brivido.

Sarò un eretico, ma...

... questa è l'Opera più bella che abbia mai ascoltato!

Bello si, ma...

Bello, formalmente ineccepibile... l'ho sempre trovato però troppo prolisso, troppo ampolloso, troppo studiato a tavolino. Hanno sempre lo stesso problema, quello di cadere nella voglia di fare gli sboroni. Però riconosco che nell'insieme il disco è ben fatto e suona bene.

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